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la Città

 

STORIA
 

Cenni storici - Fatti del 1860 - Bronte 1943

 

BRONTE 1943

Le testimonianze dei Brontesi

Il diario del capitano medico Giulio Sconzo

 

A cura di Antonio Petronaci

Ricerche di: Franco Cimbali - Luigi Putrino - Gaetano Sconzo

 

Biblioteca storica di Bronte

Edizioni Esiodo

Bronte, 2003


6 agosto 1943 – 9 novembre 2003

Sono trascorsi sessanta anni dal giorno in cui avvenne a Bronte un violento bombardamento che provocò numerose vittime e molti feriti e dispersi.

In quel drammatico pomeriggio la città di Bronte rischiò di essere raso al suolo.

Il Real Collegio Capizzi, simbolo della tradizione culturale Siciliana, che in quel periodo ospitava l’ospedale militare, fu preso di mira e stava per essere abbattuto.

A ricordo di quegli eventi fu eretta dopo la conclusione della guerra nella contrada Poggio San Marco una stele commemorativa in pietra lavica che l’Amministrazione Comunale ha provveduto quest’anno a restaurare e che oggi, giornata dedicata ai Caduti di tutte le guerre, è stata oggetto di una solenne commemorazione.

La contestuale presentazione del libretto nel quale sono ricordate molte testimonianze di cittadini brontesi sopravvissuti a quelle tragiche giornate, nonché la pubblicazione del diario raccolto dall’ufficiale medico palermitano Giulio Sconzo, il cui figlio Gaetano è oggi ospite a Bronte, rappresenta non soltanto un fatto di rilevante valore storico ma anche una testimonianza da affidare alla riflessione delle giovani generazioni che dovranno considerare sempre la Pace come il bene Supremo dell’umanità.

Bronte, 9 novembre 2003

Dott. Salvatore Leanza


La realizzazione di questo diario vuole richiamare alla memoria un passato che ancora è dietro l’angolo, che riemerge nelle varie storie raccontate in queste pagine da coloro che hanno vissuto quei giorni terribili.

L’Amministrazione Comunale, nella ricorrenza del 60° anniversario dei fatti del 1943, ha predisposto un programma di celebrazioni, nell’ambito delle quali ha rivestito particolare importanza il restauro della stele di Poggio San Marco, nell’ambito di un progetto di recupero della nostra memoria storica, che rappresenta un punto di riferimento centrale e costante della nostra attività di amministratori pubblici.

In questo quadro rientra la risistemazione dell’archivio storico del Comune di Bronte che sta per essere collocato in un luogo più decoroso, con l’obiettivo di non disperdere una memoria che, con molta superficialità, rischiavamo di non avere più.

Antonio Caruso


E, per quanto disperati, riuscimmo anche a rifocillare due poveri soldati tedeschi che, da autentici disperati, erano in fuga: indicammo anche loro la via da percorrere, per raggiungere (a piedi!) i Nebrodi e Messina, augurando loro 'buona fortuna'. Ma chissà quale sorte è toccata loro".

Testimonianza di Maria Agostina Minissale

.....persone che hanno visto la morte con gli occhi e che alla morte hanno opposto la propria resistenza, riuscendo ad evitarla con espedienti e fatiche inimmaginabili, spesso per caso o – per chi crede – per miracolo. Alcuni non sono riusciti in questo intento: ad Essi, allo loro Memoria, dedichiamo questo libro.


INTRODUZIONE

«Apparecchiu miricanu jecca bumbi e sindi va» Con questa filastrocca infantile, agli inizi degli anni ’60, noi bambini salutavamo con allegria ogni aereo che volasse alto nel cielo di Bronte. Era un canto di gioia, che interrompeva per qualche istante i nostri innocenti giochi all’aperto. Non intendevamo il significato vero di quella frase, né tantomeno conoscevamo i tragici eventi che una ventina d’anni prima l’avevano originata.

Tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto del 1943, la guerra, col suo carico di distruzione, di lacrime e di morte, "passava" anche da Bronte. Erano i giorni in cui le forze alleate, sbarcate in Sicilia, avanzavano inesorabilmente contro i tentativi di resistenza dei Tedeschi di stanza nell’isola: la popolazione civile occupò allora, per alcuni lunghi e tragici giorni, la posizione più scomoda che si possa immaginare: stava in mezzo ai belligeranti. E quegli "apparecchi miricani", che – non è mai superfluo ribadirlo – erano venuti in Europa col nobilissimo scopo di sconfiggere la barbarie che all’improvviso aveva rimesso le sue radici in ampi strati delle masse popolari di alcune nazioni, dall’alto sganciavano pur sempre devastanti ordigni esplosivi. Tra loro e il nemico, a cui erano destinate quelle bombe e che resisteva con tutti i mezzi a disposizione, la popolazione civile pagava il suo triste tributo alla follia distruttrice del conflitto.

A Bronte, nel Collegio Capizzi, era stato approntato un ospedale militare. Sul tetto era stata dipinta un’ampia croce rossa che avrebbe dovuto evitare il bombardamento del luogo. Un capitano medico in servizio all’ospedale aveva condotto lì la sua famiglia, la moglie, una figlia di sette anni e un figlio di cinque, che a Bronte frequentava l’asilo: ovunque era pericoloso stare in quei giorni, meglio sfidare uniti il pericolo, aveva pensato l’ufficiale.

Ad un certo punto avvenne l’impensabile. La croce rossa dipinta sul tetto del collegio parve diventare il folle segno di un bersaglio da colpire ad ogni costo e il Collegio Capizzi fu bombardato violentemente e ripetutamente nella giornata del 6 di agosto. Quel bambino si trovò per alcuni istanti al centro di un inferno originato da qualche bomba che aveva colpito in pieno il bersaglio. Forse non poteva intendere in pieno il dramma che si consumava attorno a lui, ma una cosa certamente aveva capito: qualcosa di grande era accaduto.

Da adulto, il figlio di quell’ufficiale medico - Gaetano Sconzo è il suo nome - avrebbe capito chiaramente che quel giorno, come si suol dire proprio a Bronte, "aveva visto la morte con gli occhi" e avrebbe interpretato quegli avvenimenti come una sua seconda nascita: fu così che mi disse quando ebbi il piacere di fare la sua conoscenza: «Io, a Bronte, sono nato per la seconda volta».

Tutto questo l’ha riportato a Bronte molto spesso, quasi ogni anno, nella ricorrenza di quei tragici giorni, a celebrare un suo rito molto personale: a ricordare il dolore di tanta povera gente, ma anche a festeggiare la "seconda nascita" sua e di tanti altri poveretti che a quegli avvenimenti avevano avuto la fortuna di sopravvivere. In questi suoi viaggi a Bronte sente un desiderio grandissimo di conoscere ed incontrare chi ha vissuto quei tragici eventi, per condividere quei ricordi e per stringersi la mano ed abbracciarsi come fratelli.

Il presente volume nasce dall’incontro tra questo insolito e interessante personaggio, oggi affermato giornalista, col nostro Sindaco Turi Leanza, sempre attento a qualsiasi avvenimento che si riferisca alla sua Bronte. Sconzo ha proposto di organizzare una semplice manifestazione nella ricorrenza del 60° anniversario di quei drammatici eventi. Ha aggiunto di possedere il diario di quei giorni scritto da suo padre, il capitano medico in servizio all’ospedale militare di Bronte. Il Sindaco è andato ben oltre questa proposta. Ha pensato di far raccontare quei giorni a chi li ha vissuti, a Sconso, a suo padre, attraverso il diario, ai cittadini di Bronte. Ha incaricato Franco Cimbali e Luigi Putrino di raccogliere quante più testimonianze possibili a Bronte ed ha invitato Sconzo a mettere su carta i suoi ricordi e a trascrivere il diario di suo padre. A me ha dato l’incarico di coordinare quest’attività.

Ci tengo a premettere alcune considerazioni di metodo. La prima è questa: noi non raccontiamo niente; il nostro intento è quello di far raccontare gli avvenimenti a chi li ha vissuti. È questa l’impostazione metodologica di base che abbiamo scelto concordemente fin dal nostro primo incontro (fa eccezione la prima parte del contributo di Franco Cimbali, necessaria a dare un generale inquadramento storico alle testimonianze che seguono). Ne deriva che questo, a rigore, non è un libro di storia; semmai è una raccolta, necessariamente parziale e ragionata - ossia basata su una nostra preventiva scelta – di testimonianze, a disposizione di chiunque voglia ricostruire gli avvenimenti di quei giorni. Quello che ne viene fuori è uno spaccato di vita quotidiana, i cui protagonisti sono persone pacifiche e imbelli investite con violenza da quegli avvenimenti, persone che, loro malgrado, hanno dovuto fare i conti con gli Americani e gli Inglesi che bombardavano, con la rabbia dei Tedeschi che si ritiravano, distruggendo e radendo al suolo quelle abitazioni che avrebbero ritardato il passaggio del nemico; povera gente che in uno scenario innaturale di macerie e di morte è costretta a muoversi e ad ingegnarsi per procurarsi il cibo, persone che, come Sconzo, hanno visto la morte con gli occhi e che alla morte hanno opposto la propria resistenza, riuscendo ad evitarla con espedienti e fatiche inimmaginabili, spesso per caso o – per chi crede – per miracolo. Alcuni non sono riusciti in questo intento: ad Essi, allo loro Memoria, dedichiamo questo libro.

Il volume si apre con il contributo di Franco Cimbali che, come detto, dopo aver fatto un breve quadro della situazione immediatamente successiva allo sbarco in Sicilia, ci conduce a Bronte, per immetterci nell’atmosfera di quei giorni. Segue il contributo di Luigi Putrino, che, attraverso le testimonianze di vari cittadini brontesi, compone una narrazione che ci fa rivivere i tragici avvenimenti di quei giorni a cavallo tra il mese di luglio e il mese di agosto. Chiude il libro il contributo di Gaetano Sconzo, bambino di cinque anni all’epoca degli avvenimenti, che completa il quadro della narrazione intrecciando i suoi ricordi di bambino con quelli di altri nostri concittadini. La parte riservata a Sconzo contiene un documento d’eccezione: il diario del capitano Giulio Sconzo, all’epoca in servizio presso l’ospedale militare di Bronte e quindi testimone d’eccezione di quegli avvenimenti.

Alcune delle testimonianze che seguono erano state rese in dialetto brontese. Abbiamo ritenuto opportune tradurle in lingua italiana, al fine di renderle intelligibili a tutti, mantenendo la medesima costruzione sintattica dell’originale e sforzandoci di riportare con la maggiore precisione possibile il pensiero di chi testimoniava.

Nelle pagine immediatamente seguenti ho introdotto degli strumenti utili ad una migliore comprensione del testo. La prima è una cartina della Sicilia che mostra le posizioni delle forze schierate in campo. Segue una bellissima cartina del territorio di Bronte, tratta da Gesualdo De Luca, Storia della Città di Bronte, Milano 1883. In essa abbiamo indicato i luoghi che vengono ripetutamente citati nelle testimonianze raccolte. La terza è una pianta dell’abitato, dove abbiamo indicato le zone particolarmente interessate dai bombardamenti e i luoghi maggiormente citati nelle testimonianze. Infine segue la trascrizione di una interessantissima pagina tratta dal sito internet ufficiale dell’U.S. Air Force (indirizzo: http://www. airforcehistory.hq.af.mil/index.htm), in cui l’aviazione degli Stati Uniti d’America annota le operazioni belliche nelle nostre zone in quei giorni di agosto del 1943. È questo un documento di particolare importanza, che serve a sciogliere non pochi dubbi circa gli avvenimenti di cui ci stiamo occupando e che, in ogni modo, serve a dare un quadro temporale preciso delle operazioni militari.

Mi permetto di concludere con una notazione personale, esprimendo un cordiale ringraziamento al Sindaco, dott. Salvatore Leanza, per la fiducia che ha voluto accordarmi. Mi auguro di essere riuscito ad assolvere al compito assegnatomi: questo lo giudichi il lettore.

Antonio Petronaci


La pagina che segue è estratta dal sito Internet ufficiale dell’US Air Force. A parte le sigle militari, il testo originale è di facile interpretazione, per cui abbiamo omesso la traduzione. Abbiamo comunque ritenuto utile premettere, tra parentesi quadre, un breve riassunto del contenuto delle singole giornate. Ringraziamo l’insegnante Nunzio Lupo che ha provveduto alla stesura di queste brevi note in italiano.

DAL SITO INTERNET DELL’US AIR FORCE: http://www.airforcehistory.hq.af.mil/index.htm

U.S. Army Air Forces in World War II:
Combat Chronology

August 1943

08/01/43

[Bombardamenti su Paternò, Randazzo, Adrano, Bronte, Santa Maria di Licodia. Truppe di terra U.S.A., avanzando lungo la costa est, si dirigono verso Troina.]]


NAAF

During 31 Jul/1 Aug NASAF Wellingtons drop leaflets on Rome and Naples, and bomb Randazzo and Adrano. During following day, B-17's bomb Capodichino A/F, and B-25's hit Milazzo. NATAF LBs and MBs hit Paterno, Randazzo, Adrano, Bronte, Santa Maria di Licondia, and motor transport in Orlando area. NACAF Beaufighters score hits on shipping between Sardinia and Italy. US ground forces adv E along coast of Sicily, approach Troina further inland, and begin movement to flank defenses. British, to S, penetrate into Regalbuto.

08/03/43

[ [B-25 bombardano Adrano e le strade circostanti. Operazioni varie a supporto delle forze terrestri britanniche che operano nella zona Catania-Bronte]


Ninth AF

B-25's bomb Adrano and its highway approaches. Over 300 P-40's, largest Ninth AF total to date, attack harbors and shipping at Milazzo and Messina, and give direct spt to British ground forces in Catania-Bronte area.

08/04/43

[Attacchi a depositi militari e postazioni contraeree nelle aree Milazzo – Adrano – Biancavilla e Bronte – Riposto – Fiumefreddo. Gli Inglesi attraversano il fiume Salso con 2 divisioni, mentre altre forze si preparano a

dirigersi verso Catania e altre ancora verso Misterbianco.]


NAAF

NASAF B-17's bomb Naples submarine base. B-26's and B-25's hit railroad bridge at Catanzaro and railroad at Paola. NATAF MBs, LBs, and ftrs attack comm tgts, gun positions, and storage areas in Milazzo-Adrano-Biancavilla and Bronte-Riposto-Fiumefreddo areas. A number of NATAF aircraft hit rail sidings on toe of Italy and attack shipping off Messina. In Sicily, British cross Salso R with 2 divs, while other forces prepare to drive on Catania and others continue toward Misterbianco.

08/06/43

[Vengono colpiti nodi stradali e costruzioni nelle aree di Troina, Adrano, Bagnara, Biancavilla, Tortorici, Bronte, Piraino e Randazzo. Truppe inglesi occupano Biancavilla e Adrano.

Più di 60 B-25 bombardano Bronte, Catania e Randazzo e la zona a nord della strada Adrano-Biancavilla. Più di altri 20 B-25 bombardano le diramazioni stradali di Adrano e Bronte.]]


NAAF

NASAF B-17's bomb coastal roads near Messina. B-26's and B-25's hit road junction SW of Badiazza and railroad bridges N of Gesso. NATAF LBs and MBs hit roads, junctions, and buildings in Troina, Adrano, Bagnara, Biancavilla, Tortorici, Bronte, Piraino, and Randazzo areas. FBs hit shipping from Vibo Valentia, S to Straits of Messina. US troops are unable to cross Furiano R as fierce resistance continues. At Troina troops push through town and 1 mi to E before opposition halts them. British take Biancavilla, and Adrano falls as enemy pulls out during 6/7 Aug."


Ninth AF

60-plus B-25's hit Bronte, Catania, and Randazzo and the area N of Adrano-Biancavilla road. Over 20 others bomb road intersections in Adrano and Bronte. Over 100 P-40's attack shipping and shore tgts in Messina area while 30 others attack shipping on W coast of Sicily.

08/07/43

[Durante il giorno viene colpita Randazzo, punto strategico della ritirata dei nemici. Anche Maletto viene bombardata. Vengono colpiti veicoli e magazzini-depositi a Bronte – Cesarò – Tortorici.]]


NAAF

Throughout the day NATBF MBs and LBs pound Randazzo, the enemy's key withdrawal point. Maletto is also bombed. P-40's and A-36's strafe and bomb small craft between Sicily and mainland Italy, motor transport near Randazzo, warehouse N of Messina, dumps on toe of Italy, and vehicles and comm tgts in Sant' Agata di Militello, Bronte, Cesaro, Tortorici, Castiglione di Sicilia and Riposto areas. NASAF B-25's in 2 forces hit Crotone landing ground while B-26's bomb Marina di Catanzaro railroad bridge and highway bridge over Angitola R. US forces improve positions on N coast in San Fratello region against heavy resistance. During 7/8 Aug, small amphibious force lands on coast 2 mi E of Sant' Agata di Militello, greatly aiding progress along coast. Other forces begin drive on Randazzo.

08/08/43

[Oltre 90 B-25 bombardano Randazzo. Truppe terrestri statunitensi e britanniche si spingono a NE occupando Sant’Agata di Militello, Monte Camolato e Bronte.]]


Ninth AF

Over 90 B-25's bomb Randazzo area. More than 130 P-40's hit shipping at Messina and provide ground spt in NE Sicily as US and British forces push E and N, capturing Saint' Agata di Militello, Monte Camolato, and Bronte.

08/09/43

[Truppe USA spingono il nemico dietro il Simeto tra Cesarò e Randazzo.]]

NAAF

NASAF B-17's bomb crossroads N of Messina, B-25's hit Catanzaro and Soverato R bridges, B-26's attack Angitola R bridges, P-40's sweep over S Sardinia, and P-38's hit lighthouse and other T/Os in S Italy. NATAF bmrs hit Gesso road junction. Ftrs concentrate on highways and junctions and also hit rail sidings and gun positions in areas around Linguagossa, Floresta, Falcone, Patti, Orlando, Novara di Sicilia, and Milazzo. US troops reach Torrenuovo, and, to the S, drive enemy back to Simeto R between Cesaro and Randazzo.

08/10/43

[La 9^ Divisione raggiunge un punto a nord di Bronte.]


NAAF

Gen Dunn takes cmd of NAAF TCC (Prov). NASAF P- 38's bomb and strafe comm tgts on toe of Italy. Bridges at Angitola and N of Locri are attacked. NATAF planes fly anti- shipping sweeps over costal areas of NE Sicily and Straits of Messina, carry out armed rcn over battle areas and toe of Italy, and bomb Randazzo. US Seventh Army forces pursue enemy to point W of Naso near N coast of Sicily. During 10/11 Aug, 3d Inf Div makes amphibious landing on coast, outflanking enemy E of Capo d'Orlando. 9th Inf Div reaches point N of Bronte.


Franco Cimbali

TEMPI E PERSONE

Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare,
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

        Salvatore Quasimodo

                         

    1. La verità del duce

Discorso pronunciato a Roma dal Duce, presso il teatro Adriano il 23/2/1941, poco dopo le ore 17.

"Camicie Nere dell’Urbe […], vi siete mai domandati da quanto tempo noi siamo in guerra? Non da soli otto mesi non dal Settembre 1939, siamo in guerra da sei anni e precisamente dal Febbraio 1935.

Era appena finita la guerra d’Etiopia quando ci giunse l’appello di Franco che aveva iniziato la sua rivoluzione nazionale. Potevamo, noi Fascisti, lasciare senza risposta questo grido e restare indifferenti? No! E così il 27 Luglio del 1936 partì la prima squadriglia e, nella stessa giornata, avemmo i primi Caduti.

In realtà noi siamo in guerra dal 1922: cioè dal giorno in cui alzammo contro il mondo massonico-democratico-capitalistico la bandiera della nostra Rivoluzione.

Da quel giorno il mondo del liberalismo, della democrazia, della plutocrazia ci dichiarò e ci fece la guerra con campagna di stampa, diffusione di calunnie, sabotaggi finanziari, attentati e congiure anche quando eravamo intenti a quel lavoro di ricostruzione interna che rimarrà nei secoli quale indistruttibile documentazione della nostra volontà creatrice.

Lo scoppio delle ostilità, nel Settembre del 1939, ci trovò, all’indomani di due guerre che avevano imposto alla Nazione enormi sacrifici logistici e finanziari, impreparati. Se fossimo stati pronti al cento per cento saremmo scesi subito in guerra e non nel Giugno del 1940. Noi abbiamo, ora alle armi, oltre due milioni di uomini ma, entro l’anno se necessario, possiamo arrivare a quattro.

Usciamo da un'avversa stagione, se l’Italia ha avuto giorni duri e oscuri la ragione va cercata nelle soverchianti forze imperiali. La bella stagione veniente dischiude all’Italia e all’Asse più luminose prospettive. Fra poco sarà primavera e come vuole la stagione, la nostra stagione, verrà il bello. Vi dico che verrà il bello e verrà in ognuno dei quattro punti cardinali. È la battaglia finale che conta. L’Italia, qualunque cosa accada, marcerà con la Germania fianco a fianco fino alla fine. I Popoli diventano grandi osando, rischiando, soffrendo, non mettendosi ai margini della strada in un’attesa parassita e vile. I protagonisti possono rivendicare dei diritti, i semplici spettatori mai. Incrollabile la forza spirituale e materiale degli Italiani. Ferma la volontà di vittoria".

Così, sin dalle prime avvisaglie, Settembre 1939, le Tre Grazie, prudenzialmente abbandonavano l’Europa al proprio destino emigrando in altri lidi. Amore, detto pure Cupido, dietro loro spassionato consiglio sostituiva dalla faretra le frecce d’oro, che infondevano amore in chi veniva colpito, con frecce di piombo che suscitavano ben altri sentimenti e morte.

Anni prima, Eduardo Cimbali (1862 – 1934), professore di Diritto Internazionale, aveva formulato, negli scritti, delle verità che rimasero, allora come ora, semplici enunciati o voce nel deserto. Infatti diceva: "Ogni popolo che si conquista è una nuova fonte di guerra che si apre". Allora come ora, alla diplomazia e al diritto si sostituisce la forza dei contrapposti eserciti e il fragore dei cannoni.

    2. Sbarco Anglo-Americano in Sicilia, 9-12 Luglio 1943 (operazione Husky)

Lo sbarco anglo-americano, da tempo programmato, doveva, da calcoli strategici avvenire entro la prima decade di Luglio con previsione di mare calmo e luna al primo quarto. Quanto sopra detto era preannunciato da quotidiana e martellante propaganda a mezzo radio e volantini lanciati dagli aerei; più concretamente e col massimo riserbo veniva realizzato con un grosso concentramento di uomini e mezzi in Africa mediterranea (Algeria, Tunisia, Egitto) con destinazione Malta.

Si vociferava di attacchi alleati nel Dodecanneso e Grecia, come pure in Sardegna e Corsica. Attacchi si presumevano nei Balcani per privare la Germania delle materie prime (cioè i pozzi petroliferi rumeni) e incoraggiare la Turchia ad unirsi ad essi. Strateghi militari pensarono ad uno sbarco in Sicilia, posta al centro del "mare nostrum", la cui perdita, oltre ad abbassare il morale degli Italiani, sarebbe stata base per i successivi attacchi alla Penisola e conseguentemente la sua conquista avrebbe reso più sicura la navigazione nel Mediterraneo, Suez compreso.

Sempre a Casablanca era stata decisa, per coordinare al meglio Esercito, Marina e Aeronautica, la creazione di un unico comando al posto dei due dell’Asse. Il Patto d’Acciaio (1939) aveva alleato due popoli, diversi ed estranei tra di loro, ma uniti nella ideologia e nella dittatura. La mancanza di uno Stato Maggiore unificato porterà ad una diffidenza reciproca prima, alla slealtà e doppiezza dopo, infine al tradimento.

La stampa nazionale, parteggiante, celebrava vittorie, avanzate, strenue difese delle nostre truppe mentre sotto l’aspetto religioso e spirituale Russi, Inglesi e Americani venivano disegnati a tinte negative e portatori di nuova barbarie, di materialismo ateo, quindi antieuropa contro l’Europa (Italia e Germania).

Quanto sopra per inculcare nella popolazione, il cui morale non era certamente alle stelle, fiducia nel regime e nella vittoria finale. I bollettini di guerra, trasmessi dalla EIAR nelle scuole come pure nei locali pubblici si dovevano ascoltare in piedi. Loro contenuto quotidiano le esaltanti vittorie dell’Asse e, a fine 1941, le "ritirate strategiche e i ripiegamenti prestabiliti".

Col passare del tempo la gente, ormai stanca e sempre meno credulona, non si sintonizzava più sulle stazioni dell’EIAR. Alle 20.30, cercava le frequenze di Radio Londra, allora proibitissima, i cui notiziari erano ben più credibili. Familiare, ai tanti ascoltatori, divenne la voce del colonnello Stevens, detto pure "Colonnello Buonasera", che oltre ai quotidiani bollettini di guerra trasmetteva pure messaggi in codice. Col peggiorare della situazione, per ordine del Governo venne sospeso l’invio dei quotidiani nazionali e nella corrispondenza proveniente dai vari fronti di guerra venne stampigliato il timbro "verificato per censura".

A sorpresa, in Sicilia, l’inizio dell’offensiva anglo-americana ebbe luogo giorno 9 Luglio attorno alle ore 18, col bombardamento aereo di Caltanissetta, Siracusa, Palazzolo Acreide e Porto Empedocle e contemporaneo lancio di paracadutisti aventi lo scopo di occupare postazioni militari, interrompere le comunicazioni telegrafiche, mettere fuori uso le linee elettriche.

Alle tre e trenta del 10 Luglio iniziò il bombardamento navale e, un’ora dopo, lo sbarco vero e proprio sulla costa da Siracusa a Gela con un’operazione a tenaglia. Nella zona, teatro delle operazioni belliche, c’erano le divisioni Livorno e Goering con all’incirca ventimila uomini. Altri cinquantamila soldati erano sparsi in tutta l’isola (Divisione Schmalz, Aosta, Assietta, Napoli, Panzergrenadier). Numericamente poco consistente e antiquata la nostra contraerea, pochi carri armati e aerei in grado di decollare, pochi cannoni. Più efficace e moderno l’armamento tedesco.

L’armata anglo-americana era composta da 160.000 uomini come forza di primo impiego e con un numero doppio di riserve; 14.000 automezzi; 1.800 cannoni; 4.000 aerei e 600 carri armati. Possiamo dire che sul campo, c’era schierato buona parte del loro potenziale umano, finanziario e industriale. Obiettivo strategico dell’esercito invasore era: tagliare in due la Sicilia, impedire il passaggio dello stretto alle truppe dell’Asse con un’operazione "lampo" consistente in attacchi dai versanti Sud Orientale e Nord Occidentale con perdite di vite umane contenute. Infatti erano determinati nel pensare che, per fare un buon soldato occorrevano anni di addestramento mentre, per costruire un aereo, un carro armato o quant’altro i tempi sarebbero stati più contenuti. Inoltre, dalla seconda guerra mondiale in poi, quando gli Americani passano decisamente all’attacco significa che hanno quasi la certezza del successo.

Contrariamente alle previsioni, i morti d’ambo le parti furono ingenti. In due giorni, Americani e Inglesi conquistarono la parte Sud Orientale dell’Isola nonostante gli atti di eroismo delle truppe dell’Asse, favoriti anche dalla tipologia del terreno, dalla superiorità degli aerei e dai moderni automezzi a loro disposizione. Gli scontri, assai cruenti, subirono una battuta d’arresto allorquando i contrapposti schieramenti si fronteggiarono lungo la linea Regalbuto-Troina-Adernò, più o meno attorno al 29 Luglio. Intanto il due di Agosto il comando delle operazioni militari era passato dal generale Guzzoni al generale Hube, per ragioni tattiche si disse, ma più concretamente a seguito della sfiducia che il Gran Consiglio, in una seduta protrattasi dalle ore 17 del 24 Luglio fino alle due di notte del 25 aveva, a maggioranza (diciannove contrari, otto favorevoli e due astenuti) votato contro Mussolini. Il giorno dopo Vittorio Emanuele III gli revocherà il mandato di governo e ne ordinerà l’arresto.

Lo scontro si fermò del tutto sulla linea dell’Etna (Etnastellung o San Fratello) che iniziava dai Monti Nebrodi, proseguiva per Cesarò, Troina, Adernò, Biancavilla fino ad Acireale per molte decine di chilometri. Il 26 Luglio Kesselring s’incontrò con Badoglio e ricevette da questi l’assicurazione che l’Italia sarebbe rimasta fedele alla Germania e che insieme avrebbero continuato a combattere. Nel contempo, egli, avrebbe elaborato un piano che permettesse una rapida ritirata dalla Sicilia. Il generale Hube il 27 Luglio ricevette ordini (da Kesselring) di preparare lo sgombro della Sicilia. Il giorno dopo i Tedeschi si ritirarono precipitosamente dalla linea Santo Stefano senza darne comunicazione ai reparti italiani.

Su tale linea (dell’Etna), l’Asse si prefiggeva di arrestare l’avanzata dell’esercito invasore con una resistenza ad oltranza o quanto meno di guadagnare tempo per consentire a mezzi e truppa il passaggio dello stretto. Per l’occasione nella zona, teatro delle operazioni belliche, c’era un notevole concentramento di soldati ed artiglieria. Numerose erano le casematte costruite per tempo, nei luoghi impervi e difficilmente raggiungibili dai mezzi blindati alleati che stentavano a muoversi nelle sciare; poche e strette le strade d’accesso precedentemente disseminate di mine. Le colline, coperte da boschi, erano fortificate con artiglieria pesante; i carri armati mimetizzati con covoni di grano e fave (precedentemente requisiti ai contadini del luogo) o nascosti dentro anfratti e grotte erano più che bastevoli ad impedire l’avanzata degli alleati per più giorni.

Tale superiorità tattica, naturalmente, favoriva chi era arrivato per primo in loco, cioè i soldati dell’Asse. Così per breve tempo i pochi difensori ebbero il sopravvento sui molti aggressori. Con tale sistema difensivo l’esercito dell’Asse facilmente controllava la SS 120 che da Troina conduce a Randazzo, come pure la SS 284 che collega Adernò, Bronte e Randazzo. Ambedue le strade avrebbero costituito vie di fuga verso Messina per non rimanere intrappolati e guadare lo stretto, già in previsione di sconfitta. Quindi, il fuoco di sbarramento di una postazione o di un carro armato mimetizzato e ben posizionato erano bastevoli a mietere vittime tra gli Alleati impedendone, per più giorni, l’avanzata.

    3. Bronte, Luglio 1943-Luglio 1944

L’Etnastellung, per l’importanza strategica divenne teatro di scontri violentissimi che si protrassero più o meno dal 31 Luglio alla prima decade di Agosto con migliaia di caduti da ambo le parti e anche di civili, soprattutto a causa dei bombardamenti aerei a tappeto.

In quel lasso di tempo subirono bombardamenti aerei: Troina, Capizzi, Cerami e Randazzo. Anche Bronte esattamente il 14 Luglio divenne obiettivo di incursione aerea, che però non turbò lo scorrere della vita quotidiana. I negozi erano aperti nel paese ed i pochi contadini, nei campi, preparavano la mietitura. Acqua e luce non mancavano. Sole restrizioni nelle ore serali, l’oscuramento imposto dalle autorità per proteggere le città dagli attacchi aerei nemici, e il coprifuoco, che impediva la circolazione nelle strade alle persone in determinate ore del giorno ricordavano a tutti (anche ai brontesi) che c’era in corso la guerra i cui echi, però, erano ancora lontani. Ciononostante, quella prima avvisaglia costituì per molta gente l’occasione per cambiare aria sfollando negli spazi aperti delle campagne. Anche perché, oltre le bombe, erano stati lanciati volantini che invitavano la popolazione a lasciare il paese.

Circa un mese dopo, più precisamente il 4, 6 e l’8 di Agosto (Mercoledì, Venerdì e Domenica), Bronte ebbe le sue prime vittime anche fra i civili. In quei giorni le bombe lacerarono il silenzio quotidiano, fermarono la vita e, dopo interminabili minuti di terrore, come a seguito di catastrofico terremoto, tutto non fu più come prima. Per alcuni significò la morte, per altri mutilazioni, rovine, privazioni e fame. In ogni casa perdita di affetti e di beni.

Il comando generale delle operazioni belliche, sotto le direttive del generale Eberhardt Rodt, per motivi di vicinanza alla linea dell’Etna, venne ubicato presso la Ducea inglese dei Nelson, allora nemici dichiarati dell’Asse. Qui, nel Castello, prime vittime, per fortuna né civili né militari, 25.000 bottiglie di pregiato cognac ivi prodotto che si trovavano nelle cantine in attesa di invecchiare; e un pianoforte a coda trafugato e successivamente recuperato a Reggio di Calabria dal signor Pippo Carastro, latore della notizia sopra riportata. Un nutrito presidio tedesco era accampato al Piano Cantera con alloggio-comando presso il Casale Serravalle, di proprietà Sanfilippo-Calì. Nell’uliveto, che costituiva la coltivazione principale del fondo, c’erano i carri armati mimetizzati ed un deposito di munizioni che, in fase di ritirata, gli artificieri tedeschi fecero brillare provocando danni seri ad impianto e fabbricati (testimonianza del geometra Calì Biagio). Carri armati e postazioni d’artiglieria erano posizionati sulle alture attorno Bronte, zona Stazione, Colla, San Marco e Monte Maletto. Il loro fuoco di sbarramento impediva il benché minimo movimento di truppe alleate, le quali replicavano con bombardamenti aerei a tappeto dagli effetti devastanti su truppe e mezzi. Il terreno sottostante, completamente ricoperto di buche, sembrava arato (teste il rev. Padre Giuseppe Zingale). Aeroplani, di giorno, mitragliavano tutto quanto si trovava a transitare sulle strade, con particolare accanimento su automezzi e colonne di soldati per interrompere i rifornimenti e fiaccare la resistenza di questi ultimi.

Già dal cinque di Agosto gli Anglo-Americani si trovavano di stanza ad Adernò, distante una decina di chilometri da Bronte, e da lì indirizzavano i cannoneggiamenti di artiglieria, sin dalle ore ventitré, sulle soprastanti postazioni nemiche; tiri, preceduti da proiettili traccianti che costituivano spettacolo terrifico per quanti si trovavano sfollati ad Ovest del paese (Placa e Cattaino).

Chi, per tempo non aveva abbandonato il paese, dal momento che qui non c’erano rifugi antiaerei, trovò scampo presso chiese, conventi (cripta dei cappuccini), ingrottati lavici ubicati nella parte alta del Corso Umberto (numero civico 422 e Via Messina 4) e nella via Madonna del Riparo (al numero 3) o presso il Collegio e la galleria della Ferrovia Circumetnea ubicata in zona Colla. Le abitazioni, abbandonate dai proprietari e fortunosamente scampate ai bombardamenti aerei o d’artiglieria, venivano, notte tempo, "visitate" da sbandati e sciacalli in cerca di bottino. Sempre sul far della notte c’era chi rientrava in paese e ritrovava la propria abitazione ancora integra ma spesso con porte e finestre squassate dallo spostamento d’aria provocato dallo scoppio di bombe, la facciata sforacchiata dal mitragliamento aereo e i vetri rotti. Velocemente si caricava addosso una scorta di farina o di cereali (frumento e fave) da portare via a proprio rischio dal momento che, durante il rientro, poteva imbattersi in isolati gruppi di soldati pure loro affamati, che gli confiscavano il tutto. Lo scenario che si presentava agli occhi del nostro "ignoto brontese" era ripetitivo: ovunque crolli, mezzi distrutti e abbandonati, macerie ancora fumanti, cadaveri anneriti e maleolenti.

Su tutto un pesante silenzio di morte, rotto dal crepitio delle armi. Di giorno il paese è pressoché deserto, solo qualche soldato lungo lo stradone principale ricoperto da detriti. Le botteghe sprangate, chiuse le macellerie, manca luce e acqua. Attorno al Collegio Capizzi, che per l’occasione è stato adottato a sede del "Secondo Ospedale militare di Palermo" c’è un brulichio di vita: medici, militari, feriti, civili, personale destinato ai vari servizi. Sui tetti c’è disegnata la croce rossa, quindi per convenzione non può essere bombardato. In una saletta troneggia una radio a galena che quotidianamente, attorno alle tredici, viene accesa per sentire i bollettini di guerra trasmessi dal quartiere generale delle forze armata italiane. Bollettini a cui nessuno dà più credito. L’Ospedale-Collegio, a mio avviso forse per errore, subì danni all’ala Nord-Ovest; l’ala Nord-Est venne minata e fatta brillare dai tedeschi. Più devastante fu il bombardamento aereo nella sottostante zona Soccorso che colpì abitazioni mietendo vittime tra i civili. Nella stessa giornata venne anche bombardato il quartiere Colla, ubicato nelle vicinanze della stazione Circumetnea. Ancora crolli, specie sul corso Umberto, causati da mine deposte dai tedeschi in cavità praticate nelle cantonate di palazzi ed aventi lo scopo di ritardare l’avanzata degli Alleati. Vennero abbattute le abitazioni di Ardizzone e Immormino; Saitta, Fernandez, Collegio Capizzi (angolo via Card. De Luca), Azzia; Margaglio, Grisley. Abitazioni poste tutte lungo lo stradone principale.

I brontesi, come del resto tutti gli italiani, possedevano la tessera del P.N.F. (Partito Nazionale Fascista). Sigla, quest’ultima, che negli anni quaranta avrà un ben più risibile significato: Per Necessità Familiari che veniva, però, sussurrato a denti stretti con molta cautela anche perché era ancora alto il numero dei "delatori" che denunziavano segretamente alle Autorità. E’ di questi anni l’episodio riportato da Nicola Lupo nel suo libro Fantasmi, storie paesane. Egli, parlando di un proprio cugino, ci dice che quest’ultimo era diventato famoso per aver sputacchiato contro il ritratto di Mussolini portato in "processione" nel corso di una manifestazione politica da fedelissimi in camicia nera. Tale gesto, dice sempre il Lupo, "eloquente e coraggioso procurò a Nunzio un processo per direttissima e la sua condanna". Egli sarebbe stato ospite nella camera di sicurezza dei Regi Carabinieri insieme ad altri dissidenti tutti ben foraggiati, secondo l’uso del tempo, a pane e acqua e abbondante olio di ricino, ogni qual volta c’era in corso una manifestazione.

Nel Natale del 1941 anche i brontesi ebbero la ventura di trovare una "seconda tessera" appesa all’albero, anche questa dono del regime. Infatti, esauritesi le scorte per mancanza di produzione e rifornimenti, il Governo deliberò il razionamento del pane e dei generi di prima necessità. Arrivò così la "carta annonaria" per i generi alimentari, comunemente detta "tessera". Essa era un cartoncino di color grigio con sopra riportato nome e numero di matricola del titolare; conteneva una serie di tagliandini che davano diritto ad una quantità pro capite che col passare del tempo diminuiva di peso. Parallelamente si sviluppò il fenomeno del mercato nero, in Sicilia detto ’ntrallazzu cioè un traffico illecito di prodotti il cui costo era dieci volte di più rispetto ai prezzi legali. Introvabili: latte, zucchero e medicinali. Mancava l’acqua che, se destinata ad uso potabile, doveva essere bollita, perché inquinata.

Le macerie accumulatesi e non rimosse costituivano pericolo per quanti le dovevano attraversare, specie se anziani. Quindi per consentire un minimo di transito ed evitarne la scalata, vennero fatti da "volenterosi civili" degli stretti cunicoli o passaggi ai piedi degli stessi cumuli.

L’episodio riportato qui di seguito, a mio avviso, è molto significativo soprattutto se raffrontato con l’altro avvenuto presso la galleria Colla, avente come protagonisti, oltre ai Tedeschi, la signora Faro. Il fatto rappresenta le due facce della stessa medaglia, il lato umano e il brutale. Protagonisti due soldati tedeschi e quattro civili brontesi: luogo il corso Umberto con di fronte la chiesa di San Giovanni e il negozietto del signor Bertino (numero civico 203 oggi). Qui dentro i quattro, oltre il proprietario che rattoppava scarpe, a detta del signor Zino Bruno, allora diciassettenne, bighellonavano. Gli altri tre erano Ciraldo Agostino, Caponnetto Vittorio e Zerbini Luigi, di anni quarantanove. Era il primo pomeriggio dell’otto di Agosto quando si presentarono due soldati tedeschi di ronda che armi alle mani, nella loro lingua gridarono "arbait, arbait", con un imperativo che non ammetteva replica, "arbait, arbait" (lavoro, lavoro). I quattro "volontari" prontamente obbedirono e, preceduti e seguiti dai due "ariani", così si disposero in fila: Bruno, Ciraldo, Caponnetto e Zerbini. Ad una decina di metri dal negozio (numero civico 203), più precisamente al civico numero 171, c’è Vico Alaimo che potrebbe costituire una via di fuga. Infatti, con un cenno di intesa con gli altri, il Bruno spicca un salto, scavalca i dieci gradini seguito velocemente da Ciraldo e Caponnetto che si dileguano nella sottostante via. Nemmeno il crepitio delle armi ferma la loro corsa. Così i tre trovano rifugio nell’abitazione del Bruno, da lì poco distante e si chiudono dentro. E il quarto? Forse …. A tarda notte il Bruno, frugando nei ricordi, mi dice che uscì di casa preceduto da una lanterna e rifatto a ritroso il percorso trovò il corpo inanimato dell’amico giacente bocconi e crivellato di colpi.

Consimile episodio è narrato da Leonardo Sciascia nel suo libro avente titolo Gli zii di Sicilia, Einaudi, 1963, pagine 16 e segg..

Con l’entrata a Bronte delle truppe inglesi, sicuramente dopo il dieci Agosto, riapparvero dopo 83 anni nuovi proclami ma per nostra fortuna non più a firma del generale Bixio; recavano il nome del generale Alexander H. R. L. G.. Precedentemente stampati, portavano la data generica di Luglio 1943, erano bilingue con sopra stampigliati i numeri 7 e 12. Col primo venne imposta d’autorità l’AMGOT (governo militare alleato dei territori occupati); col secondo l’AMLIRE. Il primo proclama, tra l’altro, conteneva le sotto riportate disposizioni. Il generale Alexander avvisa che il potere giuridico-amministrativo dipendono da lui e ordina:

  • Coprifuoco al tramonto del sole

  • consegna delle armi

  • proibizione di assembramenti

  • nomina del Sindaco (Commissario del Comune sarà Vincenzo Saitta, ex onorevole)

  • arresto di tutti i fascisti da portare in campi di concentramento (campo 369, prigionieri di guerra, Priolo).

Col secondo si ordinava il corso forzoso della carta moneta d’occupazione: L’AMLIRE avente valore legale e al cambio corrente le seguenti parità: lire 100 per un Dollaro, lire 400 per una Sterlina.

Il 16 Agosto tutti i soldati dell’Asse erano stati cacciati via dalla Sicilia dopo trentotto giorni di guerra cruenta: aerea, navale e terrestre. Guerra contro il territorio, le persone e i beni degli altri o dello Stato, però con l’osservanza delle norme del Diritto Internazionale! Alle ore 6,35 del 17 di Agosto, Hube informava il Comando Supremo Tedesco (OHW) che l’operazione "Lehrgang" (evacuazione) era completata. Egli, approfittando di contrasti tra i due generali Patton (USA) e Montgomery (UK) e grazie alle numerosissime batterie contraeree costiere posizionate nel Continente, notte tempo era riuscito a far traghettare le truppe tra il 13 e il 14 di Agosto e quasi tutto l’equipaggiamento pesante. Ebbe ragione nel dire che il primo ad arrivare a Messina era stato lui e non l’americano Patton (che arriverà il 16/8) seguito dall’inglese Montgomery.

A Bronte il 29 Luglio 1944 verrà officiata una solenne messa cantata, presso la chiesa Maria SS. Annunziata, alle ore 11 in ringraziamento. Anche sotto i Borboni e i Savoia, dopo vittorie o scampati pericoli, si celebrava in chiesa un inno di glorificazione e ringraziamento a Dio: il Te Deum.


Luigi Putrino

SCHEGGE di storie, di vite, di guerra

Testimonianze

I

Nel luglio del '43 Bronte era cinturato da una miriade di militari tedeschi e alcuni italiani. In contrada Difesa, Barriri, Fiteni, Cantera, Ricchisgia, sulla Colla e anche in paese giravano tantissimi militari alleati.

«La guerra era già scoppiata nel 1940. Bronte – racconta Maria Meli - (nel '43) non aveva ancora patito i disastri che ogni evento bellico porta con sé. Paese agricolo, non aveva sofferto la fame e i disagi in cui versava l’Italia tutta. Non mancava il necessario, ma si comprava tutto al mercato nero, dal grano ai vestiti. Autarchia era il sostantivo imperante».

Ma l'azzurro del cielo estivo pareva sfiorato dai venti di guerra che interessavano il continente. Seguirono purtroppo le carezze e a queste un corpo a corpo violento, «che fortunatamente - afferma Giuseppa Saitta - era stato anticipato da uno sfollamento di popolazione verso le campagne. Giacché nel fine settimana precedente il mercoledì 14 luglio, degli aerei avevano sorvolato il centro abitato diffondendo dei volantini, con il chiaro sollecito ad abbandonare il paese».

Bisognava recarsi in luoghi ritenuti più sicuri, paura permettendo. «Così - ricorda Biagia Messineo - con mio padre Luigi, mia madre Nunziata Longhitano e le mie sorelle Francesca, Nunzia e il piccolo Giovanni ancora in fasce, insieme a tanti altri del quartiere Santu Vitu, preparata qualche truscia e delle valigie, raccolta qualche vettovaglia, ci avviammo verso il Corvo. Passando da dietro il Collegio Capizzi, fermandoci da Raciti il quarararu (che oltre a fare lo stagnaturi vendeva anche saruca e crivi), accanto a Barbazza, per rifornirci di ogghiu pitroliu per la lumera. Incamminandoci nuovamente e senza perdere altro tempo, riuscimmo così a "battere" sul tempo le incursioni aeree».

Verso le dieci del mattino di mercoledì 14 luglio 1943 XXI E.F., aerei americani diedero il via agli attacchi, diretti alla stazione della "Ferrovia Circumetnea" e a Borgonuovo. «Quel giorno mio padre Pauru pissava il frumento alla Colla - dice Giuseppe Fazio -. Con lui c’era anche mia madre, Angela Leanza; pertanto nella nostra abitazione di via Zotto fondo, oggi via Omero, 43, non c'era nessuno. Io ero alla chiazza per comprare alimenti; precisamente mi trovavo allo stratuni novu (via Cardinale De Luca), all’angolo col Collegio Capizzi. E potevano essere le 10 quando nei cieli di Bronte sorvolarono degli aerei a due code, che andarono a bombardare verso la Stazioni. Una moltitudine di gente si riversò nella chiazza, trasformandola in un fiume in piena, scappando per lo stratuni novu. Scesi con loro, fino a quando incontrammo un’altra folla che saliva dalla stessa via. Qualcosa era successo anche nella parte bassa del paese. Tornati indietro, giunto al luogo di partenza, vidi 5 militari tedeschi appoggiati tranquillamente al muro della casa dei Fernandez, atteggiamento che mi stupì.

«In giornata raggiunsi i miei genitori alla Colla, al confine coi Ponzo. Anche lì era caduta una bomba. Papà comunque non aveva riportato ferite, nonostante una grossa scheggia lunga circa mezzo metro l’avesse sfiorato. Dopo circa tre giorni ci trasferimmo all’Acquavena e per un bel po’ tutto proseguì senza problemi. Visto che almeno avevamo da mangiare: frumento bollito pestato sulla petra ‘a sari, frascaturi di farina di frumento, favi, carrubbi e pira sciadduni bollite poiché acerbe».

«Durante quelle fasi di sgancio - spiega Maria Capizzi - dappertutto vi fu uno scappa scappa. A Santu Vitu chi non aveva già lasciato le proprie abitazioni, come me, mamma Catarina e mio fratello Francesco, si avviò alla Colla nelle case dei Ponzo».

Comunque si scappava da ogni quartiere del paese. «All’epoca abitavo in via Stesicoro, 36, - rammenta Antonina Fiore -ma si chiamava via Pastizzaro. Mio padre Antonino bardò il mulo, mettendogli anche un cuffino per lato, dove sistemò me e la mia coetanea Nunziatina Tamburello. Sfollati alla Placa, un giorno mentre con papà riposavamo seduti accanto al buggio di fieno, un aereo passando lasciò cadere un ordigno, esploso a circa 250 metri da noi. Il movimento d’aria causato fu talmente forte, che la pressione mi fece finire in mezzo al fieno. Ma il segno più tragico, che mi lasciò quell’esperienza, fu uno spavento tale da provocarmi un innalzamento della temperatura che per ben tre mesi mi causò 40 di febbre».

Intanto nel quartiere del Suncussu la piccola Pippina Saitta, intimorita, invocava mamma Zarafina affinché abbandonassero tutto per recarsi in campagna. «Temevo tanto che anche lì venisse disseminata morte - riferisce Giuseppa Saitta -. Purtroppo non ci fu nulla da fare, bisognava attendere il rientro di patri Micenzu, che si trovava in campagna ai Buzzitti. Nel frattempo, pensando a cosa mettere sotto i denti, la mamma preparò dei tagghiarini distendendoli sopra la cascia. Appena rincasato papà, gioioso nel vedere tutto a posto, accolse le mie richieste e preparati i barattelli, nella primissima serata, verso le 8, ci incamminammo per i Buzzitti».

L'allarme si estese ovunque, anche alla Gollia, dove Nunzio Boemi attendeva la famiglia. «Dopo quell'incursione su Bronte, mio padre Biagio - afferma Nunzio Boemi - mi lasciò in campagna e salì in paese. Ripassò a prendermi sul tardi, con la mia parrastra Carmela Satta, mio fratello Francesco e la piccola della famiglia: Vincenzina di appena 10 mesi. Procedemmo così alla volta di contrada Semantile, sopra l'attuale Maniace, rifugiandoci nelle case del fondo del patri randi Nonziu Aquilìa, che confinava con Savvaturi u' margagghiellu, nella cui cascina ospitava anche la moglie di un Appuntato dei Carabinieri, all'epoca in servizio a Bronte».

Dalla Colla invece, contemporaneamente, parecchi scesero verso le proprie abitazioni. «Noi – aggiunge Maria Capizzi - andammo a ripararci nel luchettu ru parrinu Gavvagnu, dietro la selva del convento dei monici i Santu Vitu e all'addiaccio tentammo di riposare, su dei materassi distesi sotto alberi d'ulivo. Insomma: "militarizzati" senza volerlo, in un accampamento mai previsto. L'aspirazione a trascorrere la notte tranquilla però, non venne acconsentita. Alla luce del cielo stellato si unirono bagliori e i fischi terrificanti delle bombe, sganciate dagli aerei, che solcavano l'aria portando a Santu Vitu il necrologio del Suncussu».

Mai presentimento più puntuale quello di Pippinella Saitta, sulle sorti di quel quartiere. «In serata infatti, - continua Giuseppa Saitta – il Suncussu venne interessato da attacchi aerei e una bomba cadde proprio sulla casa di Nunzio Gatto (u trumbutu) in via Roma (oggi via San Pietro, 33). All'interno dell'edificio sotto le macerie perirono la madre di Nunzio e la figlioletta Nunziatina. La sciagura interessò anche le persone sedute lì davanti, nella strada, che recitavano il Santo Rosario.

«Fra queste c’era Angirina, la moglie di Nunzio Gatto (Ianittu) con le figlie Nunziata e Giuseppa, Rosina Sciacca, la mamma di Filippo Spitaleri e con loro stava pregando pure Grazia, la moglie di Biagio Castiglione (Butessi) con la figlia Rosetta e delle giovani catanesi; tutte dilaniate dalle schegge. Quel terribile spettacolo venne reso più raccapricciante dal corpo mutilato della povera Rosina, rimasta con la gambe gravemente lacerate. Miracolosamente si salvò la piccola Rosetta, ferita alle gambe e in altre parti, in modo non grave. A portarci la notizia fu proprio mio padre, che il 15 era tornato a casa a recuperare i tagghiarini rimasti ad asciugare sopra la cascia.

«Altri bersagliamenti interessarono il mio quartiere e le attinenti chiese. A quella del Suncussu, che si era provveduto a svuotare, venne sfondato il tetto. La Matrici riportò danni all'ala destra, accanto all'altare con il crocifisso del '500 in carta pesta; una parte del muro era stata diroccata».

Quella particolare giornata però, c’è chi l’ha vissuta direttamente: una delle figlie di Rosina. «Verso mezzogiorno – conferma Antonina Spitaleri - un aereo sorvolò Bronte gettando dei volantini per farci evacuare. Eravamo dentro casa (in via Roma 43, oggi via San Pietro 41) con mia sorella Agata, Vincenzina, Nunziatina e mio fratello Salvatore, e la mamma Rosa Sciacca. Da bambini incuriositi andammo fuori a goderci quello spettacolo, per noi inedito. Papà Nunzio, con mio fratello Francesco era alla Malaterra a pissari. Filippo, altro mio fratello, invece alla Bacirotta per raccogliere il fieno e all’imbrunire, con un carico di foraggio, si ritirò. Appena finito di sistemare il mulo e il fieno nella stalla, rincasò e mia madre gli disse che l’indomani, tutta la famiglia ci saremmo trasferiti alla Malaterra.

«Dopo cena, Filippo e Salvatore andarono a coricarsi. Il resto ci sedemmo fuori insieme ai vicini. Tra questi, ricordo che c’era una ventenne di famiglia catanese sfollata a Bronte, che abitava quasi dirimpetto a casa mia. Di un’altra famiglia di Catania, la figlia più grande era seduta con noi, tenendo in braccio la sorellina di qualche anno. Tante altre persone, comunque, continuavano a raggrupparsi per pregare. Mamma Rosa iniziò la recita comunitaria del Santo Rosario. Trascorso un po’ di tempo, cominciai ad avere sonno e mi adagiai sulle sue gambe. Lei però chiamò Agata, la più grande, e le disse di portarmi a letto.

«Arrivati dentro casa, mentre salivamo la scala, cadde una bomba. Quel gruppo di persone in preghiera fu letteralmente massacrato. La mamma ferita gravemente fu soccorsa da Filippo, nel frattempo uscito, che l’adagiò su un materasso disteso davanti all’ingresso di casa. Lei si rese conto delle sue condizioni e, agonizzante, chiese delle mie sorelle. Rivolgendosi a Filippo disse: "U Signuri mi vi benerici". A sua madre Vincenza Nicolosi invece: "Ma’, ci raccomandu i me figghi".

«Poi giunsero delle persone che con una barella la portarono in ospedale, dove alcune ore dopo spirò. Filippo recatosi lì anch’egli, non lo fecero entrare. Così partì subito ad avvisare mio padre.

«Durante la nottata con mia nonna, l'unica mia sorella, Agatina, e i miei zii andammo a San Nicola. In mattinata io e Agata risalimmo a Bronte e incontrammo nostro padre. Era stato all’ospedale e poi al cimitero, trovando lì moglie e figlie. La mamma con le gambe ancora fasciate e la nuca sanguinate. Le mie sorelle invece, le riconobbe solo dai brandelli dei vestitini fiorati, che avevano ancora addosso.

«Col resto della famiglia, ci trasferimmo tuttavia in campagna alla Malaterra, restandovi un mese».

«Dopo queste prime esplosioni – riferisce Nunziatina Sciacca – con mio padre, Marianu, e mia mamma, Nonzia Longhitano, nonché mio fratello Ignazio, dallo sciaruni (presso l'attuale via Treviso) ci trasferimmo ai Giardinelli. Dove pur non vivendo direttamente le vicende belliche ci ritrovammo ad assistere Ignazio contagiato da febbre di malaria. Malattia che sicuramente lo colpì durante una delle attese al murino i Cicca a chiana; nella cartiera della Ricchisgia, accanto al ponte Passopaglia e al fiume Simeto, dove si recava per macinare il grano».

II

Al Corvo quelle giornate estive di luglio, trascorrevano anche con periodi di calma. «Mentre alloggiavamo nel casottu del patri randi Nonziu Prestianni - racconta Francesca Messineo - mia mamma Nunziata si recò in campagna a Boro portando con sé la piccola Nunzia, dove la affidò a mia nonna Maria Russo, sua madre. Qui c'era la panittaria (attrezzata con u funnu, a mailla, u dù mundella, i trispiti, ecc.), e così preparò una mpastata ri pani, per arricchire il pasto quotidiano che solitamente era costituito da frascaturi di frumento spezzettato a grani grossi sulla petra 'a sari, tagghiarini, pira, pumma, e viddura».

«Una volta ci fu anche la carne – continua Biagia Messineo - grazie a un generoso pastore, che mise a disposizione una pecora e qualche gallina. I momenti di tregua erano troppo belli per durare a lungo e quando i bombardamenti prendevano il sopravvento con Francesca, la mamma e il piccolo Giovanni, ed altri tentavamo ripari più appropriati: nei galluni o dietro i babbacani. I caseggiati erano luoghi esposti, per cui i meno sicuri.

«Una di quelle sere trascorse con un pizzico di serenità, attorno al fuoco a cucinare davanti al casottu, un soldato ci raggiunse al passo di leopardo, sollecitandoci affinché spegnessimo quelle fiamme, calamita di guai. Sparite le vampe insieme a noi che le "accudivamo", il posto divenne obiettivo di cannoneggiamenti. Dopo quel drammatico momento, la nottata proseguì timorosa. Nonostante il contesto, mio padre non abbandonò le terre e fiducioso si avviava al Piano Sena. I tedeschi, tuttavia, non ebbero molta clemenza per il suo raccolto di un anno, che ci sarebbe servito fino alla prossima stagione. Quei gregni di frumento e i burrelli delle fave divennero infatti ottimo supporto logistico per mimetizzare meglio l'accampamento e i mezzi dell'esercito».

Nel frattempo le bombe non risparmiarono neppure l'affollata cascina dei Ponzo, alla Colla.

«Il periodo estivo - spiega Francesco Ponzo - con i miei genitori Francesco e Antonina Calambria, lo trascorrevamo sempre alla Colla, quindi anche quell’estate del ’43. Pure le mie sorelle Nunziatina, Teresa e Maria (che ancora oggi abita nella casa paterna di Via Giulio Cesare 5), erano con noi. Mio fratello Nunzio invece era al fronte, verso Trieste. Ricordo la presenza di un gruppo di militari italiani, che scendevano da noi per rifornirsi d’acqua, ma quando ci furono i primi sganciamenti, si dileguò. Dopodiché il nostro podere divenne punto di riferimento per sfollati, la cui maggioranza proveniva da Santu Vitu.

«Terminata la mietitura, stavamo pissando. Un giorno, mentre eravamo sull’aria, presi i muli e li portai a pascolare fra la ristuccia. Nel frattempo arrivarono 24 caccia anglo-americani che proseguirono verso la "Stazione Circumetnea", invertendo la rotta con improvvise picchiate verso di noi, ossia nell’aria e in direzione dell’abitazione dove c’erano riparate una cinquantina di persone. Divenimmo bersaglio di lunghe mitragliate e ordigni esplosivi a quantità, che fortunatamente non provocarono morti e feriti.

«Un’altra notte, per restare in tema, sentivamo bombardare e fischi e traccianti ci passavano sopra la testa. Per prevenire qualche altra incursione, andammo a nasconderci in una grotta nelle sciare di fronte la nostra campagna».

III

Il Real Collegio Capizzi, il centro d'istruzione più famoso del Meridione d'Italia, fu convertito in "2° Ospedale Militare di Palermo". Tanto bastò per diffondere ottimismo fra la popolazione.

«Abitavo in Via Umberto n° 240 (odierno), proprio dirimpetto al Collegio Capizzi – afferma Maria Meli - che in quel periodo era stato dichiarato ospedale militare. Dalla terrazza di casa mia, vedevo il tetto del Collegio ove era disegnata la "Croce Rossa": ci sentivamo quasi protetti, perché gli edifici che portavano quel segnale non dovevano essere bombardati. Proprio per questo dalle campagne ci spostammo in paese».

L’entusiasmo lo si evince chiaramente in chi abitava vicino al Real Collegio. Ma quel "buon segno" aveva raggiunto anche altri. «Il 3 agosto - aggiunge Francesca Messineo - siccome si era sparsa la voce che la guerra era finita, dal Corvo rientrammo a Bronte, insieme a tanti altri sfollati. Arrivati in paese passammo dai cazziri e bbo (all'epoca periferia bassa del paese, dove si svolgeva la fiera degli animali) poi da San Brandanu e da San Giuvanni, dove attraversare il corso diventò impresa ardua, poiché stava transitando un convoglio di automezzi militari, sicuramente dei Tedeschi, coperti con rami di ulivo, in direzione Maletto».

«Trovammo la nostra casa di via Santi n° 192 (odierno) ancora in piedi - prosegue la sorella Biagia - come tante altre di Santu Vitu; anche convento e chiesa non erano danneggiati gravemente.

Il 4 agosto di buon mattino, com’era solito fare, mio padre si avviò al Piano Sena per tentare di recuperare dalle sue terre un po’ di raccolto da portare a casa. Mia madre dopo la colazione, si mise fuori a pregare con i vicini, davanti all'abitazione di Rusina a cerona. Noi a giocare con oggetti improvvisati a bambole e altro in base alla individuale fantasia».

Intanto la gente nelle campagne continuava a pissari i gregni di frumento. «Ero alla Incaria e di buon mattino - ricorda Francesco Reale - , il 4 agosto, mio padre Vito (u zù Vitu u dragu) mi caricò l’asino di frumento facendomi avviare verso Bronte a scaricarlo. Attraversati il ponte Serravalle, giunsi al Piano Sena, dove in mezzo a un uliveto c’erano accampati dei militari tedeschi intenti a mangiare. Mentre transitavo attraverso quella zona, sopraggiunsero 12 aerei. Mi ritrovai ad assistere un attacco in diretta dal quale rimasi fortunatamente illeso e anche i Tedeschi, che tra l'altro non risposero al fuoco.A casa, da dove ripartii per tornare in campagna, trovai tutto a posto e solo nel pomeriggio una disgrazia colpì la mia famiglia».

«All'ora di pranzo, - continua Biagia Messineo - eccetto mio padre, eravamo tutti attorno al tavolo a consumare il pasto. Mentre mamma Nunziata riportava ordine in casa, dopo aver messo a letto nel piano di sopra il piccino Giovanni per il riposino pomeridiano, noi due sorelline andammo fuori e ai vicini più tardi si unì anche la mamma. Fino alle 16,30 circa, ora in cui, nonostante gli inviti dei vicini a fare ancora convetiva, rincasò con noi».

«Poi - procede la sorella Francesca - ci sedemmo davanti alla porta, sui gradini della scala interna che portava nella stanza da letto. Una dietro l'altra. Biagia davanti, mia madre al centro ed io alle sue spalle. Ed ella cominciò a fare le trecce a Biagia. Purtroppo l'opera rimase incompiuta. Solo metà della sua folta capigliatura prese la forma di una graziosa trecciolina, gli altri capelli rimasero sciolti».

Ad un tratto un rumore assordante e un polverone avvolsero abitazioni e persone. Le campane di Santu Vitu dopo il tocco del battaghhiu rimasero a lungo col trimurizzu; anche loro cantavano il lamento alla morte matrigna che strappava fior di gioventù speranzosa nella vita. Era successo un finimondo che aveva consegnato ad eterna vita tante persone.

«Venimmo spinte sulla scala violentemente - riferisce ancora Francesca Messineo -, dalla forte pressione esercitata sui nostri corpi dall'onda d'urto causata dalle esplosioni. La porta sbatteva continuamente e vani furono i tentativi di mia madre per chiuderla definitivamente.

«In mezzo a quella nebbia sfrecciavano dei corpi incandescenti. E finito il polverone mi ritrovai la testa sanguinante della mia giovane madre appoggiata ai piedi. Tutta tremante salii sopra a prendere Giovanni che piangeva. Scesi in strada con lui in braccio, vidi mia sorella a terra, sicuramente svenuta, con l'osso della gamba sinistra spezzato e di fuori. Si trovarono a passare mia zà Cammela con mia zà Ciccia e prendendomi con loro mi portarono al murinu i Santu Vitu».

Risucchiata dall'onda di ritorno Biagia si ritrovò scaraventata dirimpetto casa, restando incosciente per un bel po’. «Mi svegliai adagiata a terra nella chiusa dei monici - rammenta Biagia Messineo - attorniata da pietre e schegge di bombe, davanti al corpo della mia giovanissima mamma senza vita, e a tanti altri come quello dilaniato di don Cicciu (u piccirummi). Presa coscienza dopo lo stordimento da quel trambusto, mi accorsi di avere la gamba sinistra sanguinante e pensavo che si trattasse di una piccola ferita. La gente mi passava davanti, seguendo quell'itinerario della via Santi per sfollare alla Colla. Chiedevo aiuto, ma vanamente; nessuno si fermò a soccorrermi. Continuavo ad attirare l'attenzione degli impauriti passanti e trascinandomi verso di loro supplicavo aiuto. Ma la paura e lo stato di necessità erano troppo forti; temevano di restare vittima di ulteriori bombardamenti.

«Senza cadere nel panico, fiduciosa nella Divina Provvidenza, in quel lazzaretto giunse Francesca, alla quale però non chiesi subito aiuto, ma notizie del piccolo. Appreso che era al sicuro con la zà Cammela all'interno del murino i Santu Vitu, mi premurai affinché anch'ella si riunisse a loro. Assicuratami che almeno una parte della famiglia era salva, speranzosa che nulla fosse successo al Piano Sena, lentamente mi trascinai dietro una roccia accanto casa all'ombra del sole cocente, addormentandomi al fresco. Speravo che da quella gamba, in realtà non lievemente ferita (come la spalla destra) ma decisamente con l'osso reciso, non sgorgasse più sangue. Riposavo oramai con l'animo rassegnato, ma la tanto attesa Divina Provvidenza invece si personificò in due uomini che mi prestarono soccorso.

«Avvolta in un lenzuolo mi portarono al Collegio Capizzi. Il personale medico si prese subito cura anche di me, adoperandosi immediatamente per bloccare quell'emorragia applicandomi un laccio emostatico. In serata fui sottoposta ad un intervento chirurgico eseguito dal dottore Grisley, che purtroppo dovette procedere all'amputazione dell'arto poco sopra il ginocchio. Rimasi degente con una sistemazione di fortuna a terra, nell'angolo destro dell'ingresso principale entrando nel collegio, tirando avanti in condizioni di intontimento dovuto al dissanguamento. Allora le trasfusioni non erano eseguibili come oggi».

La sorella Francesca con Giovanni e le zie si recarono alla Placa. Quegli aerei, dopo San Vito continuarono altrove la loro missione. E qualcuno lo ha bene in mente.

«Eravamo a casa, in via Erodoto 12, insieme a mia mamma Cammela Longhitano, le mie sorelle Nunzia e Giuseppa, nonché la piccolina Nunziata - precisa Francesca Reale -. C’erano pure i miei nonni materni Francesco e Giuseppa Gangi. Me zà Maria (sorella di mia madre) e il marito, che di cognome si chiamava Primavera, abitavano lì vicino, all’inizio dell’odierna via Pisa, entrandovi da via Antonino Grassia. Questi, accortisi che a casa loro c’era la porta spalancata, vennero impauriti da noi, chiedendoci di andare con loro, temendo che vi fosse qualche malintenzionato. Così, accorremmo a casa degli zii, trovando tutto tranquillo.

«I guai, invece, cominciarono alcuni istanti dopo. Mentre percorrevamo la via Pisa, verso la nostra abitazione, dalla parte di San Vito giunsero degli aerei. Cominciammo a correre, lasciandoceli alle spalle. I miei nonni, i miei zii, mia madre e le mie sorelle, eravamo tutti su quella strada, tremanti per la paura che ci uccidessero. Arrivati sull’uscio di casa, una folla di gente aveva occupato la nostra abitazione e altri insieme a noi si accingevano ad entrarvi. Nonno e zio non ci riuscirono. Sotto il letto c’erano nascoste i figli della signa Pippina a mugghieri i Savvaturi Cavallaro (u naddu). Io mi nascosi sotto l'altro lettino, accanto a me c’era la signa Pippina, che scambiandomi per una delle figlie, mi prese per mano tirandomi a lei, proteggendomi con il suo corpo. Dentro c’era pure una certa Nonzia a lupa e sua figlia Carmela. Tutti vennero a ripararsi nella nostra casa perché me patri (Vitu u dragu) frequentava spesso a Chiesa a Matrici, e per questa particolare devozione la ritenevano luogo benedetto, di sicuro salvamento.

«Purtroppo, così non fu. Colpita da una bomba venne rasa al suolo insieme a quelle attorno, per essere precisi anche quella dove abito attualmente (via Esopo, 17). Il lettino dov’ero io, con accanto la mamma seduta sulla sedia, con mia sorella Nunziata in braccio, si trovava a fianco della parete confinante con l’attuale via Sofocle. Lì mi ritrovai a terra sepolta dalle macerie, con una grande ferita alla gamba sinistra e tante altre nella testa e nel corpo. Si salvò pure la signa Pippina che alzandosi mi afferrò la mano e cominciammo a scendere per le scalinate della via Erodoto, fino a quando ci incontrarono alcuni suoi parenti che la soccorsero portandola in ospedale. Scamparono il peggio pure mia sorella Giuseppa, la zà Maria e Nonzia a lupa. La signa Pippina era ferita molto più di me, inoltre era incinta. E alcuni giorni dopo quel tragico pomeriggio del 4 agosto, partorì un bambino».

A Semantile intanto l'atteso rientro e la preoccupazione per amici e parenti aumentava di giorno in giorno. Fino a quando su quella parte dei Monti Nebrodi, giunse una "buona notizia". «Il 4 agosto - spiega Nunzio Boemi - l'Appuntato salì a Semantile riavviandosi in paese insieme alla moglie. Bronte era fuori pericolo, disse lui, perché il Collegio Capizzi era diventato ospedale militare. Per cui l'indomani ci mettemmo in cammino verso Bronte, giungendovi a mezzanotte circa. Quel barlume di speranza in cui tutti riponevamo fede, durò pochissime ore. «Il pomeriggio del 6 agosto una pioggia di ordigni si riversò nella zona del Collegio Capizzi, nell'attuale via Garibaldi e nei pressi della Stazione.

«Io non ero nella nostra casa di via Annunziata n° 53 (odierno), solo perché mio padre, alle 4 del mattino, mi svegliò incaricandomi di portare l'asino dalla stalla al frastuchitu nei terreni dell'avvocato Antonino Grisley (di fronte al Monte Barca, dalla parte opposta al cimitero), per evitare problemi con i Tedeschi, che sottraevano animali da soma alla popolazione, impiegandoli militarmente o per cibarsi. Anche stavolta non mi trovai esposto alle bombe, ma il resto della famiglia sì, giacché i miei familiari rimasero in casa a sfornare il pane semicotto, preparato al mattino, riversandolo nelle betturi, che mio padre mise in spalla partendo con la famiglia durante i bombardamenti, raggiungendomi in campagna. Dove tra l'altro vennero a farci visita una squadra di soldati tedeschi alla ricerca di vino, che al nostro diniego si allontanò senza sfiorare nessuno».

E che le esplosioni di venerdì 6 agosto, interessarono anche le adiacenze dell'Ospedale militare, è dato certo. «Nel pomeriggio di quel primo venerdì del mese - ricorda Maria Meli - ero seduta su un balcone di casa mia, sempre di fronte al Collegio Capizzi, intenta a leggere: all’improvviso si sentì il rombo di motori di aerei americani. Alzai lo sguardo al cielo ma non mi muovevo: fui sollecitata ad uscire di casa dal mio ragazzo Mimmo Azzia, oggi mio marito, al quale oltre l’amore, devo anche la vita. Sì, perché nel giro di pochi minuti, la mia casa scomparve, inghiottita dalla polvere. Momenti di panico, di sconforto mi assalirono: come uscire da quelle macerie?».

Sotto i tetti del collegio, durante le esplosioni di quel 6 agosto, si ritrovò anche chi aveva già la vita segnata dalle esplosioni. «Dal collegio scappavano medici, infermieri - narra Biagia Messineo -, insomma, ci fu un si salvi chi può generale, che di riflesso comprometteva nuovamente il destino di noi ricoverati. Ma anche questa volta la Divina Provvidenza mi corse in aiuto. Entrò un uomo del quale con tutte le mie forze cercai di attirare l'attenzione per farmi portare in salvo. Il suo sguardo era rivolto alla mia ricerca. Era mio padre!

«Quelle "macerie di carni viventi" occultavano il mio corpicino e quei botti non facevano sentire la mia vocina angustiata. Con grande sforzo mi portai al centro del corridoio, in attesa e con la speranza che mio padre ripassasse per uscire. Mi cercava e ancora non mi vedeva, essendo tutta insanguinata. Allora mi aggrappai alla sua gamba. E così mi prese in braccio e ci mettemmo subito in viaggio insieme al resto della famiglia verso Macchiafava dove restammo per alcuni giorni. Le cure bisognava continuarle, altrimenti la gamba poteva incancrenirsi. Fortuna volle che lì fra gli sfollati vi fossero anche dei marittari e tra questi il dottore Schilirò, che in quella circostanza non mancò di curarmi con tutti gli accorgimenti possibili.

«Da qui mio padre si recò al poiu i menziornu, varco di passaggio degli Americani, per chiedere loro pacchi medicinali per le mie cure. Tentando di farsi capire a parole e gesti, rimase stupefatto quando uno di loro gli si rivolse con un dialetto "siculo americanizzato" dicendogli: "Paesà, dovi esseri tua figghia". Era figlio di Italiani emigrati, originari di Palermo. Gli diede i farmaci e così papà tornò da noi. Pochi giorni dopo ritornammo a Bronte, in ospedale, per cure più appropriate, dove incontrai ricoverata la signa Pippina (a nadda) con un neonato».

IV

Proprio in quei giorni gli "sfollati del frastuchitu" (zona Buzzitti) assistettero ai bagliori di un attacco notturno. «Praticamente - racconta Nunzio Boemi - ci ritrovammo al centro del fuoco d'artiglieria degli Inglesi, che avanzavano da Adrano, e dei Tedeschi probabilmente ripiegati alla Difesa. Quei proietti lanciati dalle bocche da fuoco dei cannoni, colpirono il Monte Barca facendolo bruciare. Per paura che le fiamme dilagassero, e che i capi pezzo correggessero l'alzo, nella notte stessa scappammo a rifugiarci nelle grotte dei Barriri; strada facendo notammo un avamposto tedesco abbandonato. In quelle caverne scavate dalla natura nella roccia non eravamo soli, c'erano almeno una cinquantina di persone e un centinaio di migliaia di pidocchi. Per fronteggiare quest’ultima esigenza, insieme a Salvatore D'Aquino, scavammo un cunicolo tutto per noi, riuscendo a trascorrere quelle notti insonni almeno senza grattarci.

«Dopo circa tre giorni tornammo al frastuchito. Qui la mia parrastra mise il lavizzu con l’acqua sul fuoco, bollendo tutti gli indumenti che avevamo indosso».

«Mentre Bronte era sotto assedio - ricorda Maria Capizzi - con mia madre, mio fratello Francesco e tanti altri di Santu Vitu ci eravamo rifugiati alla Colla, nelle case di Zappia, dove mio fratello ‘Ntoni era impiegato e pertanto disponeva di un alloggio, che divenne il mio rifugio. In questa località sotto la linia ancora oggi troneggiano lo cchiuppu e il pinu, testimoni di tragici eventi. La quotidianità era contrassegnata dall'ansia, si sperava e fiduciosi si pregava in comunità affidandosi ognuno al proprio santo; un po’ tutti alla Vergine Annunziata».

Purtroppo il corso delle rotte fatali, oramai era stato tracciato. «Una di quelle mattine decine di persone erano rifugiate dentro casa, altre nel pagghiaru. Ad un tratto il marasciallu Marianu, anch'egli lì con moglie e figli, avvistò uno sciame di aerei che sorgeva dal poiu a Colla e terrificato urlò: "Stanu rrivandu 6 squatri r'appareecchi".

«Seguirono numerose picchiate in direzione dello cchiuppu. Tante bombe vennero staccate. Io, nascosta fra i due muri del piccolo corridoio vicino alla cucina, vissi quei momenti intensi sbattendo continuamente fra una parete e l'altra a causa del potente spostamento d'aria causato dalle esplosioni; superfluo spiegare lo spavento. Fortunatamente né l'edificio né noi fummo colpiti. Conclusa quell’azione bellica, una squadra di militari tedeschi si posizionò vicino alla linia ferrata. Uno di loro si avvicinò, verso noi sfollati impauriti senza fare del male a nessuno, in direzione della signa Micenza a marittara, alla quale tolse la coperta che aveva usato per ripararsi dalle schegge delle bombe e delle pietre e dalla terra che schizzava durante quegl'impatti violenti. Ah! Quanta disperazione provò, poverina, quando si vide portare via uno dei pochi beni preziosi! La coperta servì a mimetizzare la postazione con la mitraglia che avevano allestito sulla scarpata della linia, a poche decine di metri dal pozzo, sotto il pinu, e da noi.

«Dopo quell'episodio Llillitto Zappia con la sua famiglia si trasferì a Dagala Inchiusa. Noi restammo ancora lì. Mia madre e mio fratello Francesco si allontanavano ogni giorno solo per andare nella nostra abitazione di via Unità 7, per prendere qualcosa da mangiare tra cui: "pani e farina pi tagghiarini". All'epoca a pasta ra chiazza era un lusso, in tempo di guerra introvabile rarità, come tanti altri alimenti. Infatti, pur avendo i soldi per acquistarlo, trovare il cibo era impossibile; così ci arrangiavamo alla meglio, mangiando anche pira sciadduni bollite e un po’ di carne se venivamo a conoscenza di pastori o vaccai che abbattevano qualche capo.

«Ricordo inoltre che una di quelle discese verso casa, lasciò nella mente di mia madre e mio fratello un segno indelebile. Da un aereo a bassa quota venne offerta loro una lunga raffica di mitra; solo l'istintivo scatto a buttarsi in mezzo alla macchia ri llellira accanto alla Cunnicella ra Maronna a Grazzia (dove ora c'è il cancello dell'ingresso inferiore della casa di riposo), riuscì ad evitare loro l'impatto con il piombo».

V

Qualche "sorpresina" ci fu anche all'Acquavena, pur essendo parecchio distante dall'abitato. «Un giorno 3-4 caccia Spitfire inglesi, vennero a farci visita - racconta Giuseppe Fazio -. Da uno di loro, in particolare, il pilota pensò bene di regalarci una bomba incendiaria che centrò proprio il pagghiaru, dove con mia sorella Maria ci stavamo riparando dal sole. Uscimmo dal pagghiaru in fiamme, scampando dal pericolo di rimanere arsi. Dopo quest’evento ci spostammo a Cucuzza, dai miei genitori e dallo zù Nninu, fratello di mio padre, una camicia nera del gruppo degli "Arditi" rientrato dal fronte.

«Mentre ero all’Acquavena, ricordo che caricavo l’asino con sacchi di frumento e scendevo a macinarlo al murinu i Cicca a chiana. Ritornando da uno di questi viaggi mi imbattei in una squadra di soldati tedeschi armati fino ai denti. Paventavo sopraffazioni per sottrarmi l’asino, invece gesticolando mi tranquillizzarono lasciandomi proseguire. Si avviarono alla masseria del dottor Saitta, alla Ficarindia, dove cominciarono a buttare fuori di tutto: materassi, coperte, sedie. Non capivo perché. La mia domanda però non attese troppo la risposta: lungo il tragitto vidi un aereo inglese abbattuto e senza il pilota, che i soldati tedeschi ricercavano».

Sempre un aereo inglese (forse lo stesso di prima), in quelle vicinanze, planò sopra la testa di qualche brontese. «Ancora prima che iniziassero gli eventi bellici, con tutta la mia famiglia ci trasferimmo in campagna alla Placa Palco. Una di quelle mattine- rievoca Mariano Sciacca - con la guerra in corso anche a Bronte, stavo giocando vicino alla gebbia. In lontananza sentivo e vedevo un aereo avvicinarsi. Contemporaneamente una contraerea appostata nei lochi dei Dagali aprì il fuoco contro quel ricognitore che colpito cominciò a fumare e a perdere quota. Io meravigliato da quello spettacolo, osservavo l’aereo planare verso di me e vidi sbalzare il pilota che si paracadutò. L’aereo continuò a scendere e ad una quota bassissima mi sorvolò procurandomi un enorme spavento. Ma dopo quella picchiata riprese quota andando a scagliarsi nella masseria dell’avvocato Schilirò. Nel frattempo urlando e piangendo tornai dentro casa, dove con mio grande stupore trovai anche il pilota dell’aereo impazzito. Disse che era un colonnello ricognitore. Era altissimo, un giovane stupendo. Alcune ore dopo si sentirono colpi d’arma da fuoco, a intermittenza. Al che cercammo ripari. Il militare inglese tentò di nascondersi meglio nella masseria. Trascorso un po’ di tempo arrivarono i soldati tedeschi alla ricerca del pilota che, senza fare del male a nessuno, catturarono portandolo via.

«A settembre ci trasferimmo in contrada Dagali per la raccolta del pistacchio. Durante una delle mie "perlustrazioni", al centro di una curva a gomito nel mezzo della sede stradale dell’odierna 284, trovai il relitto di un carro Tigre, il più grosso cingolato da guerra, sopra un carrello e con la bocca da fuoco esplosa. Mi avvicinai, c’entrai dalla torretta trovandovi tantissimi oggetti tra cui una spiritera per il caffè. Quel carrellone ingombrava tutta la carreggiata e le colonne anglo-americane provenienti da Bronte, in marcia verso Adrano, vi andavano a sbattere. Allora io mi posizionai prima della curva segnalandogli di fermarsi. Un militare scese da una camionetta, mi raggiunse regalandomi delle caramelle e alcuni pacchetti di Camel da 5 sigarette, e prese il mio posto. Nei giorni a seguire da quel carro andai a smontare di tutto, nonostante la mia tenera età. E con i cuscinetti mi costruii una carriora che ancora conservo».

VI

Il 9 agosto, tornando alle memorie di Francesca Reale, nasceva il bimbo che lei sapeva arrivato al mondo alcuni giorni dopo quel tragico 4 agosto. Quel bambino - che in un certo senso si può ritenere fratello della signora Francesca, un po’ per la "mamma in comune", un po’ perché "nati o rinati" dalla stessa circostanza - nacque esattamente il 9 agosto, ma venne ufficialmente rivelato all’anagrafe il 12 dello stesso mese. Questa singolare vicenda c’è stata tramandata, sulla base dei racconti della madre, dallo stesso Antonino Cavallaro, che oggi vive in Belgio: «Mia madre mi raccontava che i miei fratelli (due figli suoi e due della prima moglie di mio padre), poiché si trovavano nell’angolo superiore della casa del zù Vitu u dragu, quel 4 agosto non morirono dilaniati dalle bombe, bensì soffocati. Ella invece riportò gravi ferite. Dei parenti la aiutarono, portandola dapprima al collegio Capizzi. Qui le prestarono i primi soccorsi, ma venne subito dimessa per carenza di posti. Allora la portarono all’ospedale, ma purtroppo anche qui non c’erano posti liberi. A quel punto andò a rifugiarsi in una zona nella parte inferiore della Stazione Circumetnea, all’interno di una grotta che il 9 agosto divenne la mia sala parto. Infatti mia madre mi diceva sempre: "Tu, me figghittu, nascisti commu u’ Bambinellu".

«Quel pomeriggio del 4 mio patri Savvaturi, che faceva il bucceri, si trovava nei pressi di Maniace, per macellare un bovino. Da quelle parti arrivava tanta gente spaventata, e a mio padre che chiedeva lumi risposero: Scoppiaiu a guerra».

Appunto "scoppiaiu" perché per i brontesi in un certo senso a Bronte la guerra era finita visto che il Collegio Capizzi era stato convertito in ospedale militare.

«Si mise subito in cammino per Bronte - continua Cavallaro - e vi arrivò in serata, trovando la casa illesa, ma senza noi. Chiese notizie ai vicini e questi lo indirizzarono al collegio, da qui all’ospedale e poi ancora alla grotta dove in serata si ricongiunse a mia madre. L’indomani vanamente si mise alla ricerca delle mie sorelle.

«Nei giorni a seguire, una squadra di soldati arrivò nella zona. Uno di loro, entrato nella grotta, vide mia madre a terra. La avvicinò e accarezzandole i capelli le chiese: "Bimbo tuo?". E mia madre: "Si. Bimbo mio.". E il soldato ancora: "Io in America, lontano, moglie lasciata sola". A gesti gli fece capire che era incinta e continuò dicendole: "Io non sapere se maschio o femmina.". Commosso, con gli occhi luccicanti, uscì rientrando con un carico di cioccolato, zucchero, farina di latte e biscotti».

VII

Dalla Colla, intorno al 10 agosto, molte persone rientrarono in paese. «Ero talmente terrorizzata che neppure mangiavo - dice Maria Capizzi -, al punto che mia madre mi mandò ad abitare ai Giardinelli, da dove rientrai verso il 15 agosto, perché si era diffusa la notizia della firma di un armistizio. Mentre ero davanti casa alla porta di casa della via Unità 7, sentii il rumore di un aereo. Impaurita entrai subito lasciandomi alle spalle una lunga mitragliata. Giusto per festeggiare il presunto armistizio».

«Dopo circa un mese dal primo attacco aereo con la mia famiglia rientrammo in paese - dice Signorino Catania -. Avevamo trascorso il periodo bellico ai Buzzitti da dove un giorno o più alla settimana tornavamo in paese a controllare eventuali danni e per qualche rifornimento. Ricordo pure che nelle ore pomeridiane verso l'imbrunire spesso delle squadre di militari tedeschi giravano per requisire quadrupedi, che utilizzavano per spostarsi all'interno nelle stradine non carrozzabili. Dai Buzzitti assistemmo ai vari bombardamenti, di cui uno indimenticabile, detto a tappeto. Quella stessa giornata gli aerei per oltre sette volte sorvolarono Bronte gettando enormi quantità di bombe, da far presumere di averlo raso al suolo».

Anche da altre contrade si tornava a casa, assistendo a volte a scene che il post guerra può riservare. «Non patii il terrore della guerra - afferma Nunzia Sangrigoli -, ma ad uno spettacolo macabro assistetti il giorno del rientro a Bronte. Passando da dietro alla ‘Nunziata vidi delle croci piantate nel terreno, ovvie testimoni di sepolture. Le croci per questo fine erano superflue, poiché si capiva meglio dai piedi dei cadaveri che sbucavano dal terreno senza scarpe, vittime di sciacalli bisognosi. A quella scena assistetti con mia madre Vincenza Landro, mio fratello Salvatore e la sorellina Ninetta di 9 mesi mentre rientravamo dall’Acquavena, dove ci recammo per oltre un mese appena buttarono i volantini, il 14 luglio. Mio padre Nunziato era al fronte a Trieste, dove c’era anche Nunzio Ponzo».

VIII

È difficile formulare un giudizio univoco sull'operato dei militari che in quel particolare periodo furono a Bronte, come in tutto il resto del Paese, dove due eserciti, quello italiano e quello tedesco, furono prima alleati e poi nemici. Le Forze Armate italiane da ferree alleate germaniche contro gl'invasori anglo-americani, con un territorio letteralmente presidiato da militari tedeschi, si ritrovarono a fianco di "amici" che ora li imprigionavano come i peggiori rivali, con l’avvilente aggravante di essere ritenuti traditori, senza dimenticare che la medesima sorte accomunò numerosi soldati italiani impegnati su altri fronti e parecchi connazionali che lavoravano in Germania.

A Bronte i Tedeschi buoni ci furono, come pure quelli impegnati in azioni violente post-armistizio. Lo si deduce dalle testimonianze di Giuseppe Romano e Maria Meli.

«In quel periodo - spiega Giuseppe Romano - con la famiglia ci trovavamo in campagna alla Difesa, nelle case Pappalardo, di mia mamma. Mio padre Romualdo faceva parte di un corpo speciale, di cui non ricordo il nome, e fu grazie a questa sua qualità che un giorno salvò la vita a tre brontesi, tutti Saitta, che si trovavano anche loro da quelle parti.

«Non so come, i tre vennero in possesso di due bobine di filo di rame dei Tedeschi, i quali appena non le trovarono si misero subito a ricercarle; il prezioso materiale poteva servire loro per le comunicazioni. Sfortuna volle che andarono a controllare anche nella casa di questi Saitta trovandovi quanto cercato; e senza particolari difficoltà, visto che non le avevano neppure nascoste, a conferma della buona fede. I militari li catturarono e li condussero al comando di contrada Difesa. L'intento era chiaro e cristallino come mai: procedere alla loro fucilazione.

«Saputi i fatti il mio genitore si portò immediatamente al comando, per conferire con i Tedeschi. E lui poteva farlo, poiché lavorando in Germania aveva imparato la loro lingua. Prese contatti con il comandante e spiegò che i Saitta dovevano essere liberati, non avendo commesso alcun reato. Anzi, gli disse: "Era loro intenzione usare quel filo per legare un maiale da regalare proprio a voi, per fornirvi carne fresca e genuina". Nonostante l'arringa "culinaria", il comandante rimase fermo nell'intenzione di fucilare i tre Saitta. A quel punto papà fece valere l'autorità di cui era investito, affermando che loro non potevano "processarli" (perché non erano giudici, n.d.r.) e inoltre si trovavano in territorio italiano e pertanto l'organo competente a decidere sulla procedura a cui sottoporre i presunti rei era il locale comando dei Reali Carabinieri. Inoltre si offriva di ammanettarli e condurli in caserma a Bronte. Cosa che venne inaspettatamente accettata. I Saitta avevano capito da sé il raggiro e fremevano dalla voglia di farsi togliere le manette. Aspirazione che mio padre gli fece passare subito, perché temeva che squadre tedesche li seguissero e, scoperto l'inganno, avrebbero fucilato quattro anziché tre brontesi.

«Continuarono a scendere fino a quando giunsero a Borgonuovo. Qui vennero fermati ad una postazione tedesca e controllati. Giunti dai Carabinieri, altri due militari tedeschi li avvicinarono, piantonando l'ingresso. I tre "colpevoli" furono rinchiusi nelle camere di sicurezza, dove venne inscenata una punizione corporale. I Tedeschi convinti e soddisfatti delle "legnate massacranti", comunicarono il tutto ai superiori, allontanandosi dopo una notte di piantonamento. La stessa mattina i tre, rei di nulla, vennero mandati a casa».

L'altro breve episodio ricade invece nel periodo successivo all'armistizio. «Un'altra vicenda - continua Giuseppe Romano - riguarda invece i partigiani, che dopo alcune rappresaglie contro i militari tedeschi, furono ricercati con l'ovvio intento di ammazzarli. Ebbero notizia che alcuni partigiani si nascondevano nel traforo che porta da Bronte alla contrada Pomaro, più avanti dell'abitazione di Cosimo Zingale. Vi si recarono, non trovando ombra di partigiani, ma solo una donna ignara della situazione, secondo loro bene informata. Questa, per le mancate risposte sulla conoscenza dei luoghi dove gli altri partigiani fossero nascosti, si ritrovò condannata a morte e uccisa sul posto».

Tornando nel pieno della guerra, i momenti di una strage sfiorata, li vissero i coniugi Maria Meli e Mimmo Azzia. «I ricordi di quell’anno sono rimasti indelebili perché sofferti – dice Maria Meli -. Ero molto giovane e come tale speravo in un avvenire migliore. Precedentemente eravamo sfollati in campagna, ci riparavamo dai bombardamenti dietro i covoni di grano. Vedevo gli aerei sorvolare il cielo mentre cadevano le bombe. Quante non si contavano nemmeno. Eravamo diventati esperti nel riconoscere dal rombo dei motori, la loro provenienza "inglese" o "americana".

«Insieme ad altre persone, dopo il terrore vissuto nel pomeriggio di quel 6 agosto con i bombardamenti che rasero al suolo anche la mia abitazione, prendemmo la decisione di ripararci nella galleria dove transitava il treno della ferrovia Circumetnea, allora fuori uso. Ci sembrava un rifugio sicuro. La confusione per strada era indescrivibile, correvamo come fossimo inseguiti. Tra le macerie si sentivano lamenti di dolore di persone che stavano per morire. In contrada Zotto fondo, un’incursione aerea generò il panico: fui colpita da una scheggia ed alla medicazione provvide il dottore Biagio Pecorino presente nella galleria insieme ad altri. Quando arrivammo, ci siamo accorti che il traforo era già pieno zeppo di cittadini catanesi sfollati, da tempo ivi stabilitisi. Eravamo confusi, ma il dolore e le avversità accomunano le persone. Ci siamo seduti sul binario, non c’era più posto. Erano con noi vari conoscenti tra i quali l’Arciprete Sacerdote Ardizzone. Quel pomeriggio e fino alla notte, pensando di morire si riceveva l’assoluzione: la preghiera era l’unico conforto che ci accomunava. Tra gli sfollati catanesi, si trovava una signora tedesca sposata con un catanese di cognome Faro.

Intanto le truppe tedesche muovevano in ritirata.

«Venimmo a conoscenza che i Tedeschi volevano minare la galleria (e farla brillare con loro dentro, secondo alcuni, n.d.r.): l’intervento della signora Faro li convinse a desistere da tale decisione. Così, mentre scoccava la mezzanotte, siamo stati testimoni di questa ritirata. Passavano i Tedeschi, al centro della galleria, con i muli carichi di munizioni facendosi luce con lampade tascabili. Il cuore batteva forte per il pericolo: quando l’ultimo mulo scomparve dal traforo, ci sentimmo "rinati".»

Secondo altre testimonianze l’ufficiale che comandava quel drappello di militari si sarebbe subito dopo suicidato, sparandosi alla tempia. Del suicidio ebbe anche notizia Turi Gemmellaro, che ne parla nella sua testimonianza di seguito riportata. Dagli elementi in mio possesso non posso con certezza affermare che si tratti di un fatto realmente accaduto o di una "leggenda di guerra", costruita sullo stereotipo del soldato tedesco ligio al dovere.

A ricordo di quella vicenda, sul poggio di San Marco, soprastante quella galleria, venne edificata nell’agosto del 1949 una edicola votiva (di recente fatta restaurare dall'Amministrazione comunale) per rendere grazie alla Madonna Annunziata del miracolo ricevuto.

«Tornammo in paese, constatando i danni: ma eravamo vivi. - conclude Maria Meli - Gli Americani (o Inglesi) scorrazzavano per Via Umberto distribuendo sigarette, cioccolata e biscotti. La gente era festante, inneggiava i liberatori.

«Venne l’inverno, in ogni posto c’erano solo macerie e tanti disagi. Ricordo con molta nostalgia il primo Natale del dopoguerra. Uscendo dalla Chiesa, dopo aver assistito alla messa di mezzanotte, vidi il paese tutto imbiancato di neve: la gente mesta, tornava in quel che rimaneva dalla propria abitazione, con tanti brutti ricordi, ma con molta speranza. Il "mio paese" aveva assunto l’aspetto di una cartolina illustrata e, a guardarlo, mi piaceva tanto viverci».

GLOSSARIO

Angirina: Angelina

Aria: spiazzo per la trebbiatura e spalatura

Babbacani: muri a secco

Barattelli: oggetti vari

Battagghiu: battaglio

Bucceri: macellaio

Betturi: bisacce

Buggio: fascini di fieno, paglia….

Burrelli: covoni di fave

Cammela: Carmela

Catarina: Caterina

Cazziri e bbo: Carcere dei buoi (piazza Carcere bue, un tempo sede della fiera del bestiame, dove si approntavano dei recinti, per rinchiudervi anche i buoi)

Carriora: giocattolo rudimentale, tipo monopattino, di tavole e tre cuscinetti. L'anteriore su asse mobile che fungeva da sterzo.

Carrubbi: carrube

Cascia: cassapanca

Casottu: casolare

Chiazza: corso principale o piazza

Chiuppu: pioppo

Convetiva: comitiva

Crivi: crivello

Cuffini: ceste di vimini

Cunnicella ra Maronna a Grazzia: Edicola votiva dedicata alla Madonna delle Grazie

Cucuzza: zucca, nel caso specifico toponimo di un poggio vicino Bronte

Du Mundella: recipiente da due mondelli, unità di misura. Un mondello corrisponde a circa 4 kg.

Frascaturi: polenta

Frastuchitu: località di pistacchieto

Funnu: forno

Galluni: ruscello

Gebbia: cisterna in muratura a cielo aperto

Gregni: fasci di spighe

Lavizzu: pentolone di rame

Luchettu ru parrinu Gavvagnu: proprietà del sacerdote Galvagno

Lumera: lumicino

Linia: strada ferrata

Llillittu: diminutivo di Aurelio

Lochi: pistacchieti

Ma', ci raccomandu i me figghi: Mamma, vi raccomando i miei figli (abbiate cura dei miei figli)

Macchia ri llellira: cespuglio di edera

Mailla: maida, vasca di legno per impastare il pane manualmente

Marittari: malettesi, toponimo degli abitanti di Maletto, Comune a circa 5 km da Bronte

Matrici: Chiesa Madre

Me zà Maria: mia zia Maria

Micenza a marittara: Vincenza la malettese

Monici i Santu Vitu: frati del convento di San Vito

Mpastata ri pani: una quantità di pane pronta da infornare

Murino i Cicca a chiana: molino di Francesca, intesa "la piana"

'Nninu: diminutivo di Antonio o Antonino

Nonzia a lupa: Nunzia detta la lupa

'Ntoni: diminutivo di Antonio

'Nunziata: la Madonna Annunziata, l’omonima chiesa e il quartiere

Ogghiu pitroliu: (olio) petrolio

Pagghiaru: pagliaio

Panittaria: panetteria

Parrastra: matrigna

Pasta ra chiazza: pasta confezionata

Pauru: Paolo

Patri randi Nonziu Aquilìa: nonno Nunzio Aquilìa

Petra 'a sari: lastra di pietra lavica sulla quale di schiacciava il salgemma

Pinu: pino

Pira sciadduni: una varietà di pere, ucciardone

Pisari: trebbiare, battere le spighe.

Poiu i menzionnu: poggio di mezzogiorno

Pumma: mele

Quarararu: stagnino per grandi pentole

Ristuccia: stoppie, residui della raccolta del frumento

Rusina a cerona: Rosina, intesa "la cerona"

San Brandanu: San Blandano, chiesa e quartiere omonimo

San Giuvanni: San Giovanni, chiesa e quartiere omonimo

Santu Vitu: San Vito, chiesa e convento, omonimo quartiere;

Saruca: salgemma

Savvaturi: Salvatore

Savvaturi u margagghiellu: Salvatore detto il margagghiellu

Sciare: distese di lava

Sciaruni: parte alta del paese, sopra il quartiere San Vito, all'epoca periferia (da sciara, in quanto terreno lavico)

Scoppiaiu a guerra: è scoppiata la guerra

Signa: signora

Signa Pippina a mugghieri i Savvaturi Cavallaro: signora Peppina, moglie di Salvatore Cavallaro

Spiritera: fornellino o lampada ad alcol

Stagnaturi: stagnino

Stanu rrivandu 6 squatri r'apparecchi: stanno arrivando sei squadre di aerei

Stratuni novu: stradone nuovo (così chiamata, ancora oggi, l’attuale via Card. De Luca)

Suncussu: Soccorso; chiesa di Santa Maria del Soccorso, omonimo quartiere;

Tagghiarini: tagliatelle

Trimurizzu: tremolio

Truscia: fagotto

Tu, me figghittu, nascisti commu u' Bambinellu: Tu, figlioletto mio, sei nato come il Bambinello (povero, in una grotta)

Trispiti: trespoli

U Signori mi vi benerici: Che il Signore vi benedica

Zà Cammela: Zia Carmela

Zà Ciccia: Zia Ciccia, diminutivo di Francesca

Zù 'Nninu: Zio Nino, diminutivo di Antonio o Antonino

Zù Vitu u dragu: Zio Vito, detto il drago


Gaetano Sconzo

LA GUERRA A BRONTE NEL DIARIO D'UN SOLDATO

Ricordi, testimonianze, riflessioni

La guerra è indubbiamente quel drago nelle cui fauci si muore, si sopravvive alla bell'e meglio, si soffre, ci si dispera, si piange; quasi mai trovi l’estro per un fugace sorriso. Per sopravvivere, devi arrangiarti, soltanto arrangiarti. Ma chi ha la fortuna di poterne conservare i ricordi può anche trovarsi di stucco, perplesso, amareggiato, anche umiliato come colui che - andando a caccia di carteggi sui tragici giorni dell'agosto 1943 a Bronte - scopre che nell'Archivio di Stato purtroppo non c'è uno straccio di documenti ufficiali, ma anche che al Comune le carte di quei giorni sono conservate in un magazzino-archivio che meriterebbe d'essere riordinato. Insomma è una fortuna incommensurabile poter disporre del diario di un soldato, un capitano medico allora quarantenne, richiamato alle armi e sbattuto al fronte con l'ospedale militare nel quale era stato intruppato.

Assegnato nel nosocomio militare della Rocca per dirigerne un reparto, a Palermo, il capitano Giulio Sconzo aveva seguito le sorti di quell'ospedale militare, ufficialmente definito 'ospedale di riserva numero 2', trasferito nella zona delle operazioni dopo lo sbarco degli 'alleati' nella Sicilia orientale, alloggiato a Bronte nel collegio Capizzi, nell'occasione pronto a trasformare le proprie austere aule di puro stampo borbonico in corsie e sale operatorie, e nell’attigua scuola elementare.

Un diario, quello del capitano medico Sconzo, che parte dai primi allarmi bellici su Palermo nel 1939 e - tappa dopo tappa, dramma dopo dramma, tragedia dopo tragedia - percorre gli amari itinerari di guerra sino ad oltre la Liberazione, passando anche per i penosi, lunghi e perigliosi periodi della prigionia. Un diario che rivela le particolari attitudini cronistiche dell'autore, costretto nei tempi ad utilizzare fogli di carta d'ogni tipo o natura, ora penne ad inchiostro, ora penne stilografiche, oppure matite sgangherate e quant'altro potesse servire per annotare un appunto, chissà, forse per il desiderio di lasciare una traccia delle proprie esperienze, oppure per la paura di non poter raccontare fatti e circostanze. E, finché visse (Giulio Sconzo, chirurgo che poi svolse una brillante carriera dirigenziale ai massimi livelli nazionali in seno all'Enpas, è deceduto nel gennaio del 1991), l'autore conservò quei preziosi fogli, oggi teoricamente unica testimonianza di un'epoca tanto amara.

Proviamo a sfogliarlo, questo diario, documento tanto raro. La chiave di lettura è questa: annientato e disperso l’esercito italiano, i Tedeschi – dopo lo sbarco massiccio del ‘nemico’ in Sicilia – si davano a precipitosa e devastante fuga. Gli avamposti della fuga avvenivano sulla statale litoranea Catania-Messina, ma i Tedeschi passavano, puntualmente distruggendo i ponti alle proprie spalle, cosicché impedivano o rendevano difficilissimo il transito a chi inseguiva.

A questo punto, le forze tedesche ed i resti di quelle italiane insediati nella Sicilia sudorientale non trovavano altra via di fuga che quella dell’Etna e dei Nebrodi, per poi raggiungere Messina, così da potersi imbarcare anche su zattere improvvisate, per mettere piedi in Calabria, nel sogno vago di salvarsi.

Dunque anche Bronte divenne sito di transito obbligato per i disperati in fuga, dopo un coraggioso quanto vano tentativo di resistenza nella zona di Adrano. Ovvio che i trasferimenti delle autocolonne avvenissero prevalentemente nelle ore notturne; altrettanto ovvio che l’azione bellica logicamente preferita dai bombardieri inglesi ed americani fosse il mitragliamento o anche il bombardamento di quelle autocolonne, quindi la distruzione dell’abitato, al fine di rendere impossibile il transito lungo la statale ed anche il corso che attraversa il paese. Obiettivo finale, prima della presa in possesso di Bronte, per i bombardieri ‘nemici’ fu il collegio Capizzi, come noto ospedale militare italiano.

L’operazione implicò anche frequenti bombardamenti delle allora impervie alternative a valle lungo il Simeto, con danni enormi per Maletto, Maniace e Cesarò. Quindi l’epicentro della battaglia a suon di bombardamenti devastanti si spostò a Randazzo, dove peraltro convergevano anche le forze tedesche in fuga che – abbandonata la Sicilia centro-occidentale – avevano evitato la tagliola della statale Palermo-Messina oppure avevano trovato più pratica possibilità di salvezza attraverso la teoricamente parallela ma ad alta quota ’via Messina Montane’, il tortuoso asse viario cioè che parte dal Palermitano e percorre le Madonie, i Nebrodi e parte dei Peloritani.

Il quadro divenne ancor più drammatico quando, dopo che gli Inglesi (e Statunitensi, moltissimi dei quali emigrati o figli di siciliani che parlavano benissimo il nostro dialetto e dunque avevano più facile accesso penetrativo nella popolazione, rispetto agli aggregati canadesi, brasiliani, indiani e…, chi più ne ha, più ne metta) avevano preso possesso di Bronte, qualche disperato conato d’orgoglio portò arditi hamikaze tedeschi a tornare fugacemente sui propri passi, per scaricare le residue bombe sull’abitato, ora dominato dal ‘nemico’. Sia chiaro: erano soltanto azioni di disturbo operate da rari votati alla morte (perché i mitragliamenti in reazione furono implacabilmente devastanti), ma creavano nuovi disastri e nuovi lutti.

La guerra, insomma, sembrava non finire mai, malgrado l’armistizio di Cassibile, i messaggi radiofonici di pace, i manifesti che inneggiavano alla ritrovata serenità, i biscotti, i dolci e le sigarette distribuiti con grande generosità dai miltari yankees. Il bambino che allora non sapeva spiegarsi il perché di tanta violenza, che non accettava quel tremendo spauracchio costituito dalla sopraggiunta prigionia del padre, che – strappato alla serena infanzia a Palermo – divenne abituee di ricoveri bui e lugubri, girovagò per abitazioni d’emergenza, sempre nel capoluogo dell’isola e poi a Bagheria, Bronte, Dagala ‘Nchiusa, Acicastello e Catania, prima di ricalarsi nella realtà della propria abitazione danneggiata dalle bombe e svuotata dagli sciacalli; …quel bambino non conobbe un vestiario adeguato, una nutrizione che fosse accettabile, un dolce, un gelato, un giocattolo.

Capirete: era un’infanzia allucinante; resta un’apocalittica scena di inferno disegnata in toni foschi e sinistri sul firmamento della fantasia fragile di un bambino. Una piaga insanabile, fissata nella memoria a caratteri di fuoco, proprio così: scottanti. Quel bambino comunque sopravvisse, come i suoi cari; potè avvinghiarsi al padre, al suo rientro dalla prigionia. Della famiglia, finché i suoi componenti sono stati in vita, ha condiviso gioie e dolori. Ed oggi, rimasto a fare il guardiano del faro, si rivede accampato a Dagala ‘Nchiusa, immagina il papà prigioniero costretto a vivere a lungo come un barbone, rivede la mamma in lacrime intenta a pregare.

Ma, non accennate alla guerra. Perché perderebbe le staffe. Pensate, ha finito per divenire uno studioso delle vicende belliche, un ricercatore di reperti. Ha anche visitato e studiato i cimiteri inglesi (e similari) esistenti nell’isola. Ed un bel giorno, in quello di Siracusa, gli è accaduto di fissare a lungo lo sguardo su una lapide – contrassegnata dalla sigla ‘2F’, con su scritto ‘A soldier of the Second World War’. S’è chiesto: "Chi era? Come e perché era finito in guerra? Perché e come perse la vita in Sicilia? Era un giovane che aveva lasciato nel suo Paese un amore, i genitori costretti poi a disperarsi per la sua sparizione? Era un quarantenne – come l’autore del diario che segue – strappato alla professione, alla famiglia, ai propri sogni e progetti? Era un anziano, chiamato dalla morte nel modo peggiore? In ogni caso era un soldato, ‘a soldier’, che aveva combattuto per una bandiera (nella speranza e nell’augurio che fosse la sua). Aveva eseguito l’ordine di uccidere, ma era stato ucciso. E se ne era andato tragicamente, non lasciando messaggi e coordinate alla famiglia, non potendosi neanche concedere il ‘lusso’ di una lapide che riportasse il suo nome, la sua origine.

Già, l’anonimo ‘a soldier’: per il visitatore superficiale forse uno dei tanti stracci di divisa lacera e bruciacchiata contenenti qualche osso; per l’ex bambino vittima-superstite della guerra, tirato anche fuori dalle macerie di un bagno bombardato nel collegio Capizzi, amareggiato dalla vista della mamma ferita e del papà all’atto di divenire un prigioniero, invece l’occasione – se permettete - per una soprannaturale folgorazione che ha stabilito un feeling irresistibile e per certi aspetti soave.

L’ex bambino visita – quando può – ‘a soldier’ e gli offre un fiore: un gesto che il destino ha negato ai suoi cari, ma fondamentalmente a lui, ‘a soldier’, che probabilmente, salutandoli in lacrime, aveva biascicato uno speranzoso ‘arrivederci’. Un modo come parlargli, per confortarlo.

Chiusa la parentesi, che è sentimentalmente dedicata ad un bambino ed a un soldato, ecco il diario del capitano medico Giulio Sconzo, di cui s’è detto.

26 giugno 1943

L'ospedale militare di riserva numero due si sta trasferendo a Bronte. L'autocolonna che trasporta attrezzature, mobili, strumenti e farmaci è già in marcia. Con la famiglia, alle 12,30 partiamo a bordo di un camion militare con rimorchio da Bagheria, dove siamo sfollati, essendo stati in alloggio in casa dei suoceri del mio attendente Salvatore Sciortino. Siamo frastornati dagli eventi. Nessuno lo ammette: siamo pessimisti fino al midollo. Abbiamo il terrore dipinto negli occhi. Quale sorte ci attende? Nella cabina del camion prendono posto – con l’autista – donne e bambini. Con i soldati di scorta, ci arrampichiamo sul cassone, zeppo di mobili e masserizie. Il viaggio è periglioso; aerei americani ci mitragliano in due riprese. Cerchiamo rifugio sotto l’autotreno. Raggiungiamo Santo Stefano di Camastra, risalendo poi il tormentato crinale dei Nebrodi. Pernottiamo in un convento, a Mistretta.

27 giugno

È domenica. Arriviamo a Bronte nel tardo pomeriggio e siamo alloggiati alla bell'e meglio in un’aula della scuola elementare.

28 giugno

Il Podestà, avvocato Sanfilippo, ci mette a disposizione - in affitto - un ridente appartamentino su due piani, dirimpettaio alla propria abitazione, al numero 70 della stessa via Garibaldi, a sinistra salendo.

30 giugno

Arriva la sinistra notizia di un drammatico bombardamento su Palermo, avvenuto alle 12,30 circa, che ha provocato 75 morti ed oltre duecento feriti. Colpiti il Policlinico, l'Ospedale di riserva n. 6 di piazza Vittoria, piazza Pretoria, la chiesa di San Giuseppe e quella di San Nicola.

2 luglio

Giunge da Palermo un’altra ferale notizia: un bombardamento notturno ha colto di sorpresa la popolazione, provocando 32 morti nella zona del Palazzo Reale e della chiesa di San Giovanni degli Eremiti.

6 luglio

Nuovo bombardamento notturno su Palermo e Bagheria; si sconoscono i danni. Si apprende soltanto che le artiglierie italo-tedesche hanno abbattuto quattro aerei avversari: uno in via Oreto, due a Capo Mongerbino e l'ultimo nel golfo.

10 luglio

È stato di massima emergenza. Il 'nemico' sbarca nella Sicilia sudorientale. Il mio attendente Sciortino parte per servizio, a bordo di un autotreno.

11 luglio

È domenica d'ansia. L'attività aerea nemica si intensifica sempre più. Giunge notizia di bombardamenti continui e devastanti su Catania.

12 luglio

Prosegue l'attività aerea nemica. Nel pomeriggio, la popolazione è terrorizzata: vengono sganciati grappoli di bombe a circa quindici chilometri da Bronte, grosso modo nella zona di Adrano. In paese manca l'energia elettrica. Purtroppo non disponiamo di alcun collegamento o notizia precisa. I dottori Sfienti e Veronica partono per Caltanissetta, dove sono stati trasferiti.

13 luglio

Già durante la notte e poi ancor di più di giorno, si intensifica il transito di automezzi sullo stradale di Bronte (chiaramente le forze militari italiane e tedesche sono già in ritirata; n.d.r.). In ospedale, cominciamo a ricoverare numerosi feriti. Rientrano i dottori Sfienti e Veronica, il cui trasferimento a Caltanissetta è stato sospeso. Chiaramente lo stato di emergenza tiene sui tizzoni e rende insicuri i nostri vertici militari. A Bronte è ancora sospesa l'erogazione dell'energia elettrica e dell'acqua. In mattinata, in ospedale riceviamo la visita della Direzione di Sanità, reduce da Caltanissetta: fanno pena, perché sono in condizioni fisiche, morali e di vestiario a dir poco penose. Viene autorizzata l'apertura dell'ospedale: fra i primi ricoverati, scopro sul lettino operatorio mio cognato Mario Bajardi, sottotenente automobilista, classe 1911, che era rimasto ferito ad un piede durante un mitragliamento su una nostra autocolonna militare, nella zona di Agira.

14 luglio

Si intensifica il movimento di mezzi militari sullo stradale, in direzione nord. In ospedale continuano ad arrivare feriti. Alle 13 cadono numerosi spezzoni incendiari nella zona della stazione ferroviaria. Muore istantaneamente, per una ferita al cuore, il tenente Nicolosi, originario di Catania e la cui famiglia dovrebbe essere sfollata a Belpasso. I feriti sono 18. In paese è lo stato di allarme; gli abitanti scappano verso le campagne. L’ospedale si spopola. Con me, restano i medici Sfienti e Veronica. Alle 23, nuovi spezzoni cadono su Bronte nella zona della Casa del fascio: si registrano purtroppo 8 morti e numerosi feriti. La nottata è infernale, per l’attività aerea nemica che si protrae fino alle 3 del mattino. Rimaniamo senza notizie per tutta la giornata. Radio luce, energia elettrica ed acqua sono ‘assenti’.

15 luglio

E’ giovedì ed a Palermo sarebbe festa, poiché è il giorno della Patrona, Santa Rosalia. Su Bronte, l’attività aerea è fortunatamente limitatissima. Diminuito fortemente anche il transito dei disperati fuggiaschi. Ma intorno alle 16 una autocolonna che viaggia a nord di Bronte, verso Maletto, subisce un pesante mitragliamento. Si verifica dunque un ulteriore sbandamento fra gli ufficiali italiani e nella truppa. Viviamo in stato di isolamento completo; manca tutto, compreso il pane. Il paese di Bronte sembra morto. Per i viveri, ci arrangiamo.

16 luglio

Durante la notte, si intensifica l’attività aerea. Alle 8,30 è l’inferno, per numerose bombe lanciate da una pattuglia di sei aerei, su una colonna di automezzi fermi alle porte di Bronte, nelle zone dello Scialandro e del Cimitero. Aumenta quindi nel comune lo stato di allarme. La popolazione è interamente scappata nelle campagne: restano rare famiglie di sfollati. Già si palesano progetti di sbandamento dell’ospedale, che nel pomeriggio è visitato dal colonnello Sunseri.

17 luglio

L’attività aerea nemica è intensissima. Alle 4 del mattino, uno spezzone è lanciato verso la parte bassa del paese, lungo lo stradale per Cesarò. Il colonnello Sunseri rientra alla base, insieme al maggiore Cimino. Alle 11 in ospedale riceviamo la visita del colonnello Tomaselli e del professore Bonomini. La giornata trascorre comunque calma ed è limitato il transito sullo stradale. Si dispone del pane soltanto per i bambini. Poche e frammentarie le notizie sulla situazione generale.

18 luglio

È domenica, la notte è calma, così come la giornata successiva. Ma, com’è facilmente comprensibile in situazioni così drammatiche, c’è notevole discordanza di notizie.: si parla addirittura di 2.000 stukas a caccia di tedeschi, intervenuti a Catania. C’è chi si dice certo della caduta di Mosca e Stalingrado! Il pane ormai lo sogniamo.

19 luglio

La notte trascorre calma, ma sullo stradale si intensifica notevolmente il traffico, per la fuga massiccia delle forze militari tedesche. Pertanto inevitabilmente si intensifica l’attività aerea. Avviene fra l’altro un imponente bombardamento sugli accampamenti tedeschi a Maniace (nella zona della Ducea di Nelson) e lungo il Simeto (dopo il Colleggetto) sullo stradale per Cesarò. Alle 13, nei locali del Cinema, riusciamo ad ascoltare la radio, utilizzando un impianto elettrico di fortuna: Roma è bombardata! Abbandonati come siamo e prostrati oltre misura, apprendiamo purtroppo la verità sulla situazione: in Sicilia è ripiegamento generale (Agrigento è stata abbandonata dai nostri militari), mentre in Russia sono in corso soltanto combattimenti difensivi, a Donez sul fronte meridionale e ad Orel su quello centrale. Del pane, neanche l’ombra; la rara acqua che si racimola è quella poco raccomandabile delle cisterne.

20 luglio

La notte è discretamente calma. Ma l’attività aerea diurna è intensissima: cadono numerose bombe nelle vicinanze del paese. Sul fronte siciliano la situazione è ulteriormente peggiorata. All’alba s’è sentito il fragore dell’artiglieria sul Simeto. Apprendiamo queste notizie ufficiali sulla situazione da un generale del Genio, in transito per Bronte. Temendo il peggio, prudentemente, alleggeriamo i reparti di molti ricoverati. Il professore Russo ci fa omaggio di un pane e di un cesto di arance che ci sembrano una vera manna dal cielo. Ma nel pomeriggio è nuova mestizia, per il devastante bombardamento di Randazzo.

21 luglio

Dalle 2 alle 4 di notte, grande movimento aereo da incubo. Durante la giornata, transito ad alta quota di qualche Caccia e di folti squadroni di Bombardieri. Sullo stradale il movimento è limitatissimo. Dalla radio apprendiamo l’evacuazione di Caltanissetta ed Enna. Ufficialmente si sa che gli angloamericani – nella loro opera di accerchiamento dei tedeschi in fuga - sono arrivati già oltre Agira e Centuripe. Disponiamo di un solo pane.

22 luglio

Imponente movimento aereo notturno. Numerosi spezzoni cadono sullo stradale, alle porte del paese. Di giorno, notevole attività aerea con spezzonamenti e mitragliamenti fuori del centro abitato. Nel pomeriggio, violento bombardamento su Adrano. Si susseguono i ricoveri di feriti, quasi tutti fatti oggetto di mitragliamento.

23 luglio

Notte discreta. E’ invece intensissima l’attività aerea diurna. Alle 12, in particolare, avviene un tremendo carosello di 20 apparecchi su Bronte. Spezzoni cadono sullo Scialandro e sulla Stazione ferroviaria, dove si susseguono i mitragliamenti a tappeto. Nel pomeriggio, si ripetono violente azioni aeree sullo stradale vicino a Bronte. Continua a tuonare il cannone sul Simeto.

24 luglio

La notte è calma, registrandosi comunque il passaggio di una autocolonna in fuga verso Randazzo. Durante il giorno, il movimento sullo stradale diminuisce di intensità. Ma è oltremodo pesante l’attività aerea. Tutt’intorno al paese, spezzonamenti e mitragliamenti devastanti. La radio annuncia drammaticamente l’evacuazione di Palermo.

25 luglio

Notte calma e scarso movimento sullo stradale. Ma di giorno l’attività aerea è ancora intensissima. Alle 18,20 cade una autentica pioggia di bombe lungo la strada ferrata, vicino al tunnel-ricovero, sulla stazione ed alle porte del paese. Mi trovo in ospedale, nella scuola ex Gil.

26 luglio

Notte calma, giornata finalmente calmissima. Alle 13, la radio annuncia la grande e per certi versi sconvolgente novità politica dell’assunzione del ruolo di capo del governo da parte di Badoglio. È la svolta? Ma che cosa accade?

27 luglio

Dopo una notte calma, la giornata è caratterizzata da intensissima attività aerea: numerose bombe sono sganciate in tutte le zone circostanti a Bronte.

28 luglio

Notte ancora calma. Durante il giorno però è attività aerea infernale, con bombe sganciate a pioggia sulle zone limitrofe al paese. Nuova – anche se attesa a sospirata - botta politica: la radio annuncia lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista.

29 luglio

Notte calma, mattinata d’inferno, per una intensa attività aerea sino alle 12. Entrano in azione le batterie contraeree (cannoncini), provocando notevole panico. Frattanto numerose bombe cadono sulla collina della Colla, mentre un aereo tedesco è abbattuto. Alle 13, peraltro, un violento temporale, con pioggia scrosciante e violentissima, rende ancor più caotica la situazione già compromessa. Il pomeriggio invece è calmo; tace anche l’artiglieria della Piana di Catania. Apprendiamo casualmente notizie sull’occupazione di Palermo; ma sono autentiche?

30 luglio

Solita notte calma e poi una mattinata d’ansia per le bombe sganciate nei dintorni del paese. Alle 12 arriva in ospedale un altro mio parente, Pippo Di Dio, classe 1912, tenente in forza alla Compagnia mitraglieri di Trapani, che – in licenza di convalescenza dopo essere rimasto ferito alla fronte sul posto di combattimento – ha fatto un vero pellegrinaggio attraverso i vari ospedali militari della zona.

31 luglio

Notte calma, ma nella mattinata 40 quadrimotori sganciano bombe su dintorni di Cesarò; un apparecchio è comunque abbattuto. Nel pomeriggio, bombe e spezzoni anche sui dintorni di Bronte.

1 agosto

È domenica. Dopo una notte discretamente calma, tutto il giorno è contrassegnato da attività aerea intensa. Intorno alle 19, nuovo grave bombardamento aereo nei pressi di Cesarò. In ospedale arrivano numerosi feriti da Regalbuto e Troina.

2 agosto

Notte calma e giornata con notevole attività aerea nemica. Si continua a combattere aspramente nelle zone di Regalbuto e Troina. Apprendiamo purtroppo amari particolari sulla ritirata del 2° Corpo d’Armata. Il bollettino radiofonico tedesco comunica l’ennesimo bombardamento di Palermo.

3 agosto

Notte calma; si riattiva l’energia elettrica! Ma la giornata è contrassegnata da attività aerea continua infernale. La reazione contraerea in tutte le zone circostanti risulta comunque molto più efficiente rispetto ai giorni precedenti. Alle 13,30, mentre pranziamo, si verifica però una violenta incursione, con sgancio di numerose bombe sulle zone della Colla e sullo Scialandro. Si resiste comunque nelle zone di Troina e Regalbuto.

4 agosto

Notte calma. Ma alle 8,20 passa una forte e nutrita squadriglia di quadrimotori, che provocano in reazione immediata numerosi tiri contraerei: un apparecchio nemico è abbattuto. I suoi frantumi, caduti sulla Colla e sullo Scialandro, provocano numerosi morti e feriti. L’attività aerea diviene quindi ancor più intensa in una giornata a dir poco infernale. Alle 13,35 avviene un violento mitragliamento. Alle 13,55 esplode una bomba caduta sul bivio per la stazione, provocando per fortuna un solo ferito. Alle 16,20 ed alle 16,40 due ondate di bombardieri prendono d’assalto Bronte; crollano numerose case nella parte alta del paese e nella zona della stazione. Terrificante! In tutti gli appartamenti comunque si rompono i vetri. Trasferisco precipitosamente la famiglia in casa dell’avvocato Sanfilippo. Torna a mancare l’energia elettrica.

5 agosto

Notte calma. Di giorno, l’attività aerea torna ad essere intensa. Efficiente comunque la reazione contraerea. Come nei giorni scorsi, sono flagellati da bombe gli stradali viciniori a Bronte. La famiglia passa la giornata all’Alcazar di Bronte (così all’epoca era indicato l’attuale Circolo di Cultura "Enrico Cimbali; n.d.r.). Alle 17,30 apprendiamo che Catania è stata occupata dall’8° Armata, stamane intorno alle 8,30. Anche Paternò è stata occupata dal nemico. Ci informano che aerei tedeschi hanno bombardato il porto di Palermo e che aerei americani hanno recato enormi danni a Napoli. Nella giornata di ieri e di oggi, alcuni tedeschi in fuga hanno ferito quattro inermi ed indifesi brontesi, sparando loro addosso con le rivoltelle.

6 agosto

Per tutta la notte ha tuonato il cannone. Malgrado l’emergenza, si festeggiano tutti i ‘Totò’ e tutte le ‘Salvatrici’, nel giorno del loro onomastico. Ma la mattinata è caratterizzata da frequenti transiti di aerei nemici, con conseguenti schermaglie fatte di mitragliamenti massicci. La mia famiglia è accampata all’Alcazar. Alle 13 sale la tensione, poiché il bollettino radiofonico annuncia l’evacuazione di Catania. Purtroppo, ci siamo: il fulcro del fronte bellico ci interessa da… vicinissimo! Apprendiamo che Palermo è stata bombardata ancora una volta.

Alle 14, a Bronte comincia l’inferno. Durante una incursione aerea, una bomba cade sulla parte bassa del paese. Alle 14,45 un’altra bomba centra il chiostro dell’ospedale, centrandone il pozzo. E dire che avevamo fatto disegnare sul tetto del Collegio una croce rossa gigantesca ed altre erano state dipinte negli atri. Raccogliamo le famiglie, i ricoverati ed alcuni scampati nel refettorio, che sembra un locale in un certo senso protetto o comunque meno vulnerabile. Chi può si adatta sotto i tavoli di marmo, eleggendoli ad ulteriore protezione. Sono però soltanto scelte da disperati. Ovunque è polvere e terriccio; ne portiamo notevole quantità sugli abiti, nei capelli, sulla cute del viso. Lo sbandamento è generale, anche perché fino alle 19,30 si susseguono otto ondate di bombardieri, che sganciano ventotto bombe sul centro abitato, in particolare attorno al Collegio-ospedale. Ma numerose bombe finiscono per centrare davvero l’ospedale, quasi che si voglia stanarci o sterminarci con la violenza più inaudita e più barbara, colpendo al cuore quel che resta dell’ormai esausto abitato di Bronte.

Il terrore è panico puro. Quasi tutti gli ufficiali abbandonano l’ospedale, dandosi alla fuga per cercare rifugio e salvezza altrove. Per l’esercito italiano purtroppo anche a Bronte è il momento del totale disfacimento, sopraffatto com’è da una forza d’urto spietata e devastante. Io resisto non so come, ma ritengo d’essere un incosciente, attratto come sono dal desiderio di soccorrere tanti poveri feriti o moribondi. Nell’ospedale affluiscono decine e decine di feriti, militari e civili, anche gravissimi; vengono alloggiati alla bell’e meglio, quasi accatastati nei locali del refettorio e di un attiguo corridoio, dove riesco ad assicurare loro i primi soccorsi.

I prigionieri inglesi si adoperano a scendere nel refettorio le barelle con i trasportabili fra i feriti gravi ed i fratturati del reparto chirurgia.

Ma, ad ogni incursione, che provoca un’immane ondata di bombe, il caos torna ad imperare. La scena è infernale ed allo stesso tempo drammatica: in una, tante lingue, sulle barelle o su improvvisati giacigli c’è chi prega, chi chiede soccorso, chi implora la mamma, chi piange, chi si dispera. I soli ufficiali medici che rimaniamo sul posto siamo Veronica, che si occupa degli intrasportabili del reparto chirurgia, ed io, che mi prendo cura dei feriti affastellati nel refettorio. Ma le condizioni igienico-sanitarie sono assolutamente deficitarie. Alle 19 mia moglie è ferita ad un braccio, alle 19,15 mio figlio e mia suocera rimangono sepolti sotto uno dei bagni esistenti nell’attiguo atrio, che è crollato dopo lo scoppio di una bomba nella strada limitrofa. Vengono fuori dalle macerie con la più esasperata forza della disperazione, miracolosamente vivi. Io mi sono infortunato, nel tentativo di soccorrere una donna gravemente ferita ad una spalla e sul torace; zoppico.

La spietata violenza delle bombe finisce per distruggere l’ospedale, provocando numerosi morti; si salvano rari superstiti, perché scelgono la via di una precipitosa fuga i rari superstiti. I tedeschi ormai allo sbaraglio frattanto durante la fuga sono protagonisti di ignobili rappresaglie e vandalismi incredibili. Il nemico entra in paese. Non c’è proprio nulla da fare; quanto meno devo mettere al sicuro la famiglia, nella speranza che salvi la pelle; anche perché i primi avamposti nemici si insediano, prendendosi cura dei feriti, e ci fanno capire che stiamo per essere imprigionati. So che tornerò. Anche per lasciare il refettorio e quindi raggiungere la strada, è un procedere difficilissimo, fra macerie e detriti.

Bronte è una montagna di macerie; raggiungere la casa, in via Garibaldi, è problematico, perché le strade sono interrotte o ostruite fino all’inverosimile. Ci acquattiamo sotto materassi e cuscini nell’abitazione dell’avvocato Sanfilippo, attendendo la morte. Casa nostra è notevolmente danneggiata dai bombardamenti ed è già stata visitata da tedeschi in fuga e sciacalli.

Alle 20,30, persistendo l’emergenza-bombardamenti ed incombendo la minaccia delle rappresaglie da parte del nemico, anche se zoppico, fuggiamo in campagna, cercando rifugio o nel tunnel oppure in montagna, verso l’Etna. Racimoliamo poche provviste: cinque pani, mezzo chilo di formaggio, due brocche con acqua. Si parte con la famiglia Sanfilippo, Galvagno, don Vincenzo e Graziano. È una triste carovana composta da undici disperati fra i quali due bambini; siamo digiuni e disperati. Non sappiamo quale sorte ci toccherà. La strada è accidentata ed in salita. Giunti alla Stazione, decidiamo di salire verso l’Etna. Io comunque dovrò tornare nel più breve tempo possibile in ospedale.

La notte è indimenticabile. Fino alle 23, la illumina in qualche modo un piccolo lembo lunare. Dalla valle arrivano i lampi e gli scoppi delle artiglierie. La strada è disseminata di militari morti, di camionette o autoblindo mitragliati e distrutti; è drasticamente in salita e quanto mai accidentata. A mezzanotte, ci accampiamo all’aperto e restiamo fermi fino alle 2. Poi riprendiamo la nostra pietosa fuga. Alle 3 e mezza siamo nella zona Paparia e decidiamo di continuare a salire. Alle 5 e mezza, arriviamo a Monte Chiuso e precisamente a Ceravolo: qui troviamo una stanzetta senza porta, circondata da accoglienti alberi di noce. Ci accampiamo, stremati.

7 agosto

Sono depresso; sono infortunato e non ce la faccio a tornare in ospedale. So di essere un soldato vinto e zoppo, che ‘per il momento’ ha dribblato la prigionia. Sono afflitto dalla situazione igienica e morale nella quale siamo qui a Ceravolo. Non ho la forza di guardare in viso i miei figli: per la femmina sarebbe il compleanno, per il maschio l’onomastico. Chissà come li avremmo festeggiati in una situazione normale. Ma tutto sembra perduto, quale sorte ci attende?

L’acqua scarseggia, così come le notizie sulla situazione a Bronte, che dista circa dieci chilometri, a 1.300 metri di altezza sul livello del mare, immersa in desolanti sciare di lava. Per fortuna, nel pomeriggio riusciamo ad ottenere qualche brocca d’acqua della cisterna della attigua Dagala ‘Nchiusa.

Si registra un continuo passaggio di aerei: noi ci acquattiamo sotto gli alberi, per timore di possibili mitragliamenti, anche perché due di noi vestono la divisa militare con stivali.

Il cannone tuona a valle e nella zona di Cesarò. Si dorme all’aperto, sulla terra nuda; i più fortunati riescono a crearsi una sorta di finto giaciglio, fatto di frasche. Conviviamo con formiche insetti, lepri…

8 agosto

È domenica, ma per noi è soltanto ‘un altro giorno’ da fuggiaschi. Sveglia alle 5, alle prime luci del sole. La mia zoppìa si acuisce: ho subito una frattura? Andiamo a rifornirci di un po’ di latte a Dagala ‘Nchiusa. Alimenti del giorno: pane duro inzuppato di acqua ed un residuo di formaggio. La depressione è totale, quando ci rendiamo conto che alle 10,30 Bronte è di nuovo bombardata a tappeto. Sapremo che nel pomeriggio le avanguardie inglesi hanno preso possesso del Comune. Cala la tela: e’ la fine della nostra ‘povera’ guerra.

Abbiamo esaurito i viveri. Che fare? Alle 18,15 io, mio cognato Pippo Di Dio, Galvagno, Graziano e don Vincenzo decidiamo di scendere in paese, per cercare qualcosa da mangiare. Vorrei anche ripresentarmi in ospedale. Ma, mentre siamo in marcia, alle 19,15 da un avamposto dell’estrema ala destra inglese – sulla altura della Colla al limite della Sciara – ci indirizzano addosso una fucilata. È segno che la nostra presenza è sospetta e che le divise militari grigioverdi sono prede da catturare o comunque da perseguire.

Ci ripariamo sotto un muretto a secco e vediamo fischiare sulle nostre teste più di quaranta colpi di fucile. Restiamo acquattati per oltre due ore, vivi per miracolo. Per fortuna i militari inglesi non hanno deciso di raggiungerci per scoprire chi siamo, chissà anche per giustiziarci. Alle 21, sotto un tenue chiarore di luna, torniamo a Ceravolo, dove arriviamo alle 22, accolti con grida festose. Ma siamo a mani vuote, stanchi, emozionati, stremati e vivi per miracolo.

Alle 23, ci sdraiamo sulla nuda terra.

9 agosto

La notte è tanto fredda. Alle 5,30 siamo svegli. È impossibile ogni cura igienica o il cambio di abiti e biancheria. A dagala ‘Nchiusa otteniamo un po’ di latte e mezza capra. Si impianta un empirico fornello e si cucina la carne sulle tegole tirate giù dal tetto della casetta. Del pane, neanche l’odore.

Nel pomeriggio, l’attività di artiglieria nella vallata sottostante è intensissima. Gli inglesi tirano migliaia di colpi a Rocca Calanna di Maletto. Scompaginano così le batterie tedesche, che soltanto inizialmente tirano qualche colpo verso la Colla. A sera, ceniamo dividendo in undici porzioni un pane asciutto realizzato con un po’ di farina portata da Graziano.

Alle 22 siamo di nuovo sdraiati sulla nuda terra. La notte è ancor più fredda di quella precedente. Lamentiamo tutti dolori lancinanti alle spalle ed ai lombi. Percepiamo che prosegue, anche se limitata, l’attività di artiglieria.

10 agosto

Alle 5,30 sveglia e gita a Dagala ‘Nchiusa, per chiedere un po’ di latte di capra. Il menu di giornata comprende – per gli undici disperati – un pane ed un quarto di capra. Sino alle 9 tace l’artiglieria. Gli inglesi continuano ad avanzare. Soltanto al calar della sera, si percepiscono tiri di artiglieria verso punta Calanna.

11 agosto

Oggi ci si nutre con un po’ di latte ed un quarto di montone. Il pane è assente. Arrivano vaghe notizie sulla situazione, ma è certo che Bronte è flagellata dalle più spietate granate tedesche, in un conato di vendetta. La triste ed affamata comitiva è in preda allo scoramento: c’è chi sollecita finanche il rientro in paese, qualunque sia la situazione e la vivibilità in loco. Le condizioni nutrizionali ed igieniche in effetti sono assolutamente deficitarie.

12 agosto

Oggi ci si deve nutrire dei residui del quarto di montone e di un chilo di fave. Siamo avviliti, così non si può resistere. Ed è battaglia fra i nove adulti, sulla soluzione da scegliere. Una cosa è certa: il fronte sicuramente deve essere avanzato verso nord e dunque in direzione dei Nebrodi. I tiri di artiglieria si odono ormai sempre più lontani. Alla fine il concitato ‘referendum’ dei disperati si conclude con la decisione di tornare in paese. Ma so che ora la mia sorte è segnata.

13 agosto

Alle 5,30 la triste carovana si rimette in marcia, ora verso Bronte, o meglio quel che resta di Bronte. Arriviamo in via Garibaldi alle 10,30. La casa nel suo piano superiore ha subito notevoli danni.

14 agosto 1943

Mi consegno al comando inglese, che ha preso in forza l’ospedale. M’hanno rivestito di grigioverde a quaranta anni ed ho difeso la patria, ma abbiamo perduto la guerra. Sono prigioniero del ’nemico’, che da oggi devo chiamare ‘liberatore’. Io che detesto la guerra ed ho vissuto asetticamente nel momento politico che l’aveva voluta.

L’atto finale della prigionia sarà un certificato di rimpatrio, avvenuto il 7 agosto 1944, dal quale risulta che il 21 luglio ’44 è stato rilasciato ‘Sconzo Giulio, capitano medico di complemento, militare dal 25 settembre 1942, appartenente al Distretto di Palermo, nato a Palermo il 28 agosto 1901 con anzianità di grado risalente all’1 marzo 1941 e nominato ufficiale nel maggio 1927, catturato quale caporeparto della 3° Medicina dell’0spedale di riserva n° 2 di Bronte, assegnato all’Ospedale militare di Palermo per ordine del Ministero della Guerra’.

* * *

Ed ecco alcuni stralci della relazione sulla prigionia del capitano Sconzo.

"Sono stato richiamato… ed assegnato a Palermo al Deposito del 76° Reggimento Fanteria fino al 30 novembre 1942. Dall’1 dicembre ’42 caporeparto 3° Medicina dell’Ospedale di riserva n° 2, trasferito dal corso Calatafimi alla Feliciuzza nei locali del Policlinico. Detto ospedale, in seguito ad ordini ricevuti dal Comando di Corpo d’Armata e dalla Direzione di Sanità nel periodo fra il 1° giugno ed il 10 luglio 1943 si trasferì a Bronte (Catania), nei locali del Collegio Capizzi e nelle scuole elementari di quel Comune. Il trasporto dell’ingente materiale in dotazione in detto ospedale avvenne a mezzo di numerosi autotreni ed arrivò a Bronte in buone condizioni, ad eccezione di una piccola parte (materiale di magazzino) che rimase a Palermo, nei locali della Feliciuzza, in consegna ad un distaccamento della Compagnia di Sanità. Detta piccola quantità non poté essere avviata, perché il 10 luglio si verificò lo sbarco degli alleati in Sicilia".

"A Bronte ho conservato la carica di Capo Reparto del 3° Medicina ed ho organizzato il reparto al piano terreno della scuola elementare. Il funzionamento del mio reparto ed anche quello degli altri reparti fu stabilito di comune accordo tra il Direttore di Sanità, tenente colonnello Tomaselli, ed il direttore dell’Ospedale, tenente colonnello Foti intorno al 12 luglio, cioè dopo pochi giorni dallo sbarco degli Alleati, pur difettando moltissimi rifornimenti alimentari e farmaceutici. Ben presto cominciarono ad affluire ammalati e feriti anche civili delle zone limitrofe e l’ospedale, pur fra molti stenti, poté funzionare. Non è da nascondere però che spesso sono mancati i viveri non soltanto per la truppa, ma anche per i ricoverati".

"Il paese di Bronte fu risparmiato dalle incursioni aeree fino al 3 agosto (eccezion fatta per parecchi spezzoni sganciati saltuariamente su automezzi che transitavano e ciò specialmente alle porte del paese). Il 3 ed il 4 agosto, due violente incursioni aeree produssero molti danni e numerose vittime in paese, specie verso la parte alta (stazione ferroviaria). Nonostante ciò, l’ospedale continuò a funzionare in mezzo a stenti sempre più accentuati (mancanza di energia elettrica, acqua, legna, alimenti, eccetera). Nel mio reparto erano 80 ricoverati, che ebbero la normale assistenza medica".

"Il 6 agosto, dalle 13,30 alle 20, il paese di Bronte fu sottoposto ad un violento e terrificante bombardamento aereo, fatto ad ondate successive, aventi lo scopo di interrompere, con l’abbattimento dei fabbricati, l’unica via di scampo alle forze tedesche che si ritiravano da Adrano. In queste terrificanti sei ore, i danni furono micidiali, enormi; grande fu il numero delle vittime e dei feriti".

"L’ospedale, munito di chiari segni della Croce Rossa con bandiere sul campanile e croci rosse dipinte sui tetti (una venti metri per venti!), ricevette ventotto bombe e fu devastato, specie nei piani superiori. In tale tragica giornata, ho prestato da solo la mia opera nel refettorio del Collegio Capizzi, coadiuvato dal sergente di Sanità, Marino, e da alcuni soldati. Non ho visto in quel locale alcun altro ufficiale medico. Ho saputo che al primo piano ha continuato a prestare la propria opera il tenente medico Veronica".

"Alle 19,30 circa anche mia moglie è stata ferita da una scheggia al braccio sinistro. Alle 20,30 circa pensai di porre in salvo mia moglie ed i miei bambini; superando le macerie del paese, ci avviamo fra le sciare di lava dell’Etna…Una distorsione dell’articolazione tibioperonea astragalica destra, da me subita mentre – in mezzo alle macerie dell’ospedale – davo assistenza ad una povera donna agonizzante, per uno squarcio dell’articolazione scapolo omerale e del torace, mi diede notevole fastidio. Toltomi lo stivale, per visitarmi l’articolazione, non fui più in condizione di calzarlo, per il gonfiore sopraggiunto ed il dolore all’articolazione lesa. Per tale motivo, non potei fare immediato ritorno in ospedale. La mia malattia fu resa nota alla Direzione dell’ospedale, con due biglietti consecutivi, recapitati regolarmente al nuovo Direttore, tenente Veronica. Rientrato il 13 agosto, il 14 mattina mi sono consegnato e sono stato avviato, a mezzo di un autocarro, verso un improvvisato campo di prigionieri e successivamente fui inviato a Siracusa. Il 17 agosto, sono stato nominato Medico Dirigente del Servizio Sanitario del 222° POZ Camp ed in tale posizione sono rimasto fino al 14 ottobre. Dal 15 ottobre ’43 al 5 maggio ’44 sono stato avviato all’ospedale POW di Avola, prima con la funzione di Capo Reparto e poi di Direttore. Dal 5 al 7 maggio ho consegnato tutto il materiale a me affidato al capitano medico Bonanno presso l’ospedale della Croce Rossa di Siracusa. Detto materiale proveniva dall’Ospedale Regia Marina di Melilli ed è stato da me scaricato sotto la sorveglianza di un colonnello medico inglese, giusto inventario esistente nell’ospedale di Avola. È in mio possesso regolare ricevuta. In tale occasione ho fatto pervenire al Sindaco di Avola alcuni mobili da me trovati nei locali dell'ospedale; ho fatto anche recuperare altri mobili al Comando Marina di Augusta. Ho in mio possesso le relative ricevute".

"Dal 7 maggio al 21 giugno, ho prestato servizio nell’ospedale POW Santa Marta di Catania; da tale data si è iniziata la mia pratica di liberazione, in seguito a richiesta del Ministero della Guerra. Il 20 luglio sono partito da Catania ed il 21 successivo ho preso servizio presso l’Ospedale militare di Palermo".

"Il trattamento ricevuto durante la prigionia all’inizio non è stato certamente intonato a quanto previsto dalla convenzione internazionale. Oltre ad una deficienza alimentare, a scarsezza di acqua, a mancanza quasi assoluta di medicinali e di materiale di medicazione, sono da ricordare gli alloggi fatti sulla nuda terra ed allo scoperto di masse enormi di uomini (circa 7.000), in condizioni fisiche e morali certamente non belle. Ai cocenti raggi del sole durante il giorno, faceva riscontro l’umidità della notte. I prigionieri non avevano alcunché per difendersi dagli uni e dell’altra, non esistendo sul posto alcun albero, essendo sprovvisti di coperte e peraltro disponendo di vestiario in pessime condizioni. A tutto ciò è da aggiungere l’effetto deleterio di qualche temporale estivo, che trasformò in pantano la spianata del campo. È da rammentare anche che soldati e sottufficiali inglesi hanno spesso agito nei nostri riguardi con modi certamente non intonati a quel grado di civiltà che distingue abitualmente il popolo albionico. Li vedevo agire con modi a volte brutali contro poveri ammalati o feriti, per obbligarli ad andare al lavoro al porto".

"Parecchie volte ho dovuto ricorrere al Comando, per cercare di migliorare la nostra situazione. Per fortuna, comunque, con graduale progressività, dopo circa due mesi l’alimentazione ed il trattamento usatoci migliorò sensibilmente, sino a diventare accettabile".


LE TESTIMONIANZE

Turi Gemmellaro: quando Felice ritrovò suo padre militare yankee

"Avevo quattordici anni e dunque, sebbene apprezzassi l’enorme gravità del momento, tutto mi sembrava un'avventura quando, - ricorda Turi Gemmellaro, pensionato, ex istruttore di scuola guida noto anche quale ex batterista jazz - terminati i tragici e devastanti bombardamenti, l'arrivo dei militari alleati divenne uno spettacolo. Quei mezzi corazzati, quei camion modernissimi, quei Caterpillar da favola, quelle camionette piene di militari che ci strizzavano l'occhio e ci regalavano, lanciandoli, biscotti e dolciumi mi facevano sognare ad occhi aperti. Ma un giorno, credo che fosse l'8 agosto, vissi un'esperienza che non dimenticherò mai. Ero con alcuni amici in fondo al corso Umberto; assistevamo all'ingresso nel paese di una autocolonna, quando una camionetta improvvisamente si bloccò: un militare statunitense fissò lo sguardo su uno di noi, Felice, e rimase quasi impietrito. Felice, da parte sua, lo fissava sul volto che a stento appariva sotto il casco e nella divisa mimetica, quasi fulminato. Io guardavo incuriosito: l'ufficiale non batteva ciglio, Felice neanche. Dopo qualche istante, l'ufficiale saltò giù dalla camionetta e si ritrovò Felice fra le braccia, aggrappato quasi al collo. I due rimasero impalati in quell'abbraccio in assoluto silenzio per un paio di minuti, dopodiché scoppiarono in lacrime: Felice aveva ritrovato suo padre, che mancava da Bronte da circa sei anni, da emigrato negli States. Quando si sciolsero, si allontanarono, avviandosi verso casa, dialogando in stretto dialetto brontese".

Ma scopri che anche Turi Gemmellaro ebbe un suo filo diretto con i 'liberatori'. "Poichè feci presto ad imparare la lingua parlata dai soldati americani, divenni la mascotte degli ufficiali e dei soldati che prestavano servizio nel distaccamento dell'Amgot, l'amministrazione locale cioè del governo alleato che aveva sede nel corso Umberto, di fronte al collegio Capizzi, nello stabile di proprietà della famiglia Saitta. Io collaboravo insieme ai due interpreti ufficiali Fiammetta di Maletto, che conosceva la lingua inglese e veniva utilizzato anche quale dattilografo, e Nunzio Faia di Bronte (futuro comandante dei vigili urbani), che conosceva pure bene la lingua parlata negli States. I comandanti erano i capitani Renal e Russel, inglesi, nonchè lo statunitense Ceni, capo della polizia militare, che mi voleva sempre al fianco".

"Durante i bombardamenti, nei giorni dell'occupazione del paese, - ricorda Gemmellaro - con la famiglia, prima di riparare a Dagala 'Nchiusa, ci rifugiavamo quasi sempre nella galleria del treno e rischiai la pelle quando, allorché ci barricammo dentro il tunnel, per paura delle possibili rappresaglie da parte dei Tedeschi in fuga, percepimmo che un drappello appunto germanico aveva posto delle mine dinanzi alla galleria, per annientarci. Ci salvò la pelle una misteriosa donna – forse una spia - che conosceva la lingua tedesca e, impietositasi per la nostra sorte imminente, si diede a trattare la nostra salvezza, supplicando e supplicando il comandante di quelle SS. Il suo intervento fu provvidenziale: le mine furono rimosse e quei Tedeschi si allontanarono. Ma il loro capo poco dopo fu ritrovato morto suicida. Chissà, forse l'avevano accusato di tradimento, per averci salvato la vita...".

Don Giuseppe Zingali: Che sfizio sparare i razzi luminosi dalla Colla!

"Nell'agosto del '43 ero in vacanza a casa, da seminarista a Catania. E, dopo una breve permanenza nel Seminario d'emergenza di San Giovanni La Punta, - chi parla è l'illustre reverendo Giuseppe Zingali, 85 anni condotti alla grande ed oggi occupati anche quale rettore del Collegio Capizzi - ormai alla vigilia di essere nominato sacerdote. La famiglia si era trasferita a monte Chiuso, ma io preferivo restare in paese, curioso di assistere alla ritirata delle truppe italo-tedesche ed all'avanzata di quelle alleate. Il mio punto di riferimento era il collegio Capizzi, allora retto da don Portaro; ma facevo sede a casa mia, per trasferirmi nel traforo della Colla, nei momenti del pericolo. Avevo anche scelto una sorta di osservatorio sul ponte della Colla, da dove si assisteva alle operazioni di guerra in posizione privilegiata, anche se obiettivamente pericolosa; perciò gli amici mi davano del pazzo. Ad esempio, ricordo l'eroica resistenza di un cannone tedesco presidiato da un piccolo drappello di uomini che tenne a bada ingenti forze alleate (bloccate nel noccioleto di don Calanna) per circa ventiquattro ore sostando su una collina sopra Maniace, finchè gli alleati non decisero di intervenire con aerei mitragliatori, che annientarono l'ostacolo riuscendo così a riprendere la marcia".

"La zona era disseminata di bossoli, polvere da sparo, armi e mezzi danneggiati, per cui i pericoli erano infiniti. Molti di quei reperti sembravano giocattoli e noi - da incoscienti - maneggiandoli rischiavano la pelle. Ricordo che don Napoli perse una mano... Bronte intanto era in balìa degli sciacalli d'ogni razza. Ricordo che una sera, rientrando a casa, trovai che era occupata da militari alleati. Non feci a tempo a sorprendermi: mi chiesero scusa e se ne andarono".

Lei, padre Zingali, pare che fosse comunque un giovanotto un po’ bizzarro, o - se permette - un piccolo gianburrasca. Così la descrivono i coetanei. "Ha ragione. Pensi che, quando - durante i bombardamenti - scappai verso Dagala 'Nchiusa per trovare rifugio nella Cappella di padre Ardizzone, durante una incursione aerea preferii lasciare quel ricovero, commentando candidamente: ‘Se devo morire, è meglio che lo faccia all'aria aperta!’. Ma, mentre osservavo quella scena drammatica, mi accorsi che un piccolo aereo mitragliatore alleato era caduto in quella zona. Corsi per tentare di dare soccorso al pilota, però mi accorsi che quel poveretto era già morto carbonizzato. Era riconoscibile soltanto per una scarpetta rossa. Ma fui subito attirato dalla pistola lanciarazzi del suo corredo, che era rimasta intatta. Per noi quelle pistole erano un miraggio: riuscivano letteralmente ad illuminare il cielo nelle notti più buie. La presi e me la diedi a gambe. Ricordo che la mostrai poco dopo - fiero del trofeo -. ad un amico del cuore, Pippo Immormino; accadde però che, da inesperto qual ero, mentre la maneggiavo, partì un colpo ed a Pippo volò il berretto! Ma il colpaccio lo feci il 5 agosto, quando avvisai gli amici che - a partire dalle 22 - avrebbero potuto assistere ad uno spettacolo senza precedenti: dal ponte della Colla avrei sparato un razzo luminoso ogni cinque minuti... Cosa non accadde! Io lanciavo un razzo ogni 5' ed il Paese andava sempre più in subbuglio, finché qualcuno non fece la spia, avvertendo i carabinieri. Prima che esaurissi i razzi in dotazione, mi vidi addosso i militari, pronti a sequestrare quella ambitissima pistola".

"In precedenza, era invece accaduto che, durante una esercitazione a bassa quota, era caduto nella piana che porta al fiume un bimotore tedesco. Mi trovavo in zona ed accorsi: il pilota era morto, il copilota era invece vivo, ma non potei soccorrerlo perché era incastrato fra i rottami del velivolo. In pochi minuti arrivarono i soccorsi tedeschi: il ferito venne liberato e trasportato via in ambulanza; un camion portò via il cadavere. Feci a tempo a raggiungere il paese, per avvisare dell'accaduto gli amici: quando tornammo in zona dopo meno di un'ora, erano spariti anche i rottami del velivolo".

Alfio Di Francesco: Sono ritornato con la pleurite ed una Croce di Guerra

"Nel '43 ero militare di leva a Militello; mi avevano mobilitato strappandomi alla mia attività di contadino. - a parlare è Alfio Di Francesco, 80 anni - ma contrassi la pleurite e finii nell'ospedale militare numero 207 a Caltagirone, dove occupavo il letto numero 74 ed ottenni due mesi di convalescenza. Pertanto rientrai a Bronte, peraltro dopo un viaggio abbastanza periglioso. Ricordo che un giorno, ai primi di agosto, passeggiavo lungo il corso, quando due militari tedeschi che sostavano dinanzi all'ospedale sito nel collegio Capizzi, mitragliarono due aerei ricognitori statunitensi. Poi, rivolti agli astanti, sghignazzarono, orgogliosi. Non l'avessero mai fatto! Gli aerei americani ritornarono in un batter d'occhio, bombardando a tappeto il paese".

"Terminata la convalescenza, avrei dovuto fare ritorno nel mio battaglione, frattanto trasferitosi in ritirata a Messina. Mi presentai pertanto alla caserma dei carabinieri, per ottenere il nullaosta a viaggiare. Ma lì, mentre il capitano Riga mi cercava per avviarmi a Messina, un carabiniere mi faceva cenno di fuggire, compenetrandosi nei rischi che avrei corso se fossi tornato al fronte. Pertanto, mentre un infermiere, Mario Cassani, scandiva a ripetizione il mio nome, 'volai' verso l'ospedale del collegio Capizzi, chiedendo del capitano Grillo, che conoscevo. Fu per me la salvezza: mi concesse altri due mesi di convalescenza. Non sapevo come ringraziarlo: gli regalai tutto ciò di cui disponevo: due pani ed un litro d'olio".

Ma la guerra di Di Francesco non era finita: "Dopo l'armistizio ed il trasferimento del fronte bellico nel continente, - precisa l'interessato - il governo Badoglio mi richiamò alle armi, aggregandomi alla quinta Armata Usa. Così da ‘nemico’ degli alleati divenni loro alleato. Ho combattuto a Monte Castello ed a Monte Belvedere. Mi hanno congedato alla fine del 1946 a Vipiteno, da artigliere di montagna. Di quell'esperienza conservo una Croce di Guerra, assegnatami dalle forze armate brasiliane".

Francesco Gardano: Quel benedetto pane tanto sospirato che ci vennero a sequestrare

"Nel '43, mi creda, erano momenti difficilissimi anche nella soluzione dei problemi apparentemente più futili. - L'interlocutore è Francesco Gardano, 76 anni, contadino pensionato - Quando in campagna si presentarono i primi dodici apparecchi americani, bombardando gli accampamenti delle SS, fu subito massima emergenza. Mio fratello, che era rimasto a Bronte, si trovò a dover fronteggiare il problema della morte del nonno: pagò le esequie con due pani, che allora costavano appunto a peso d'oro. Noi, con i tre asini dei quali disponevamo, finimmo per cercare di raggiungere il centro abitato, per reperire del frumento; ma fu una gita a vuoto, poichè i brontesi erano letteralmente spariti, rifugiandosi nelle grotte. Tutti i mulini erano chiusi ed era davvero una situazione drammatica".

"Finalmente trovammo aperto il mulino adiacente alla Cartiera, ma riuscimmo ad acquistare soltanto diciotto chili di frumento, che pure costituivano un bottino prezioso. Rientrammo nella casa di campagna, dove, per macinare quel frumento, utilizzammo un improvvisato mulinello di pietra, sul principio tecnico del macinacaffè. Dopodiché cercammo finalmente di panificare. Ma, quando il prodotto stava per essere sfornato, si presentarono alcuni militari tedeschi del vicino accampamento adiacente al fiume nel Vallone San Cristoforo di fronte al giardino Saitta, e ci sequestrarono quel tanto sospirato pane, che c'era pur costato tanti rischi ed altrettanta fatica".

Don Biagio Calanna: Quella dieta a base di fave crude

Don Biagio Calanna, 76 anni, ha ricordi nitidi di quei giorni tremendi dell'agosto '43: "Ero da due giorni in vacanza a Bronte ed abitavo con la famiglia in via Angelo Gabriele. Non stavo quasi nei panni per la gioia di avere ritrovato parenti ed amici, quando nel giorno della Madonna del Carmelo, una bomba caduta nel tardo pomeriggio davanti alla chiesa del Soccorso, ci gettò nello stato di massima prostrazione. Il giorno successivo, all'alba, fuggimmo, carichi di masserizie per trovare rifugio in campagna. Ci fermammo a Bolo, credendo di poter fare rientro immediato in paese. Ma il nostro esilio si protrasse poi forzatamente per oltre un mese".

"I problemi quotidiani erano cento, mille. Dovevamo nutrirci con ciò che ci donava la natura: mangiavamo more acerbe che non potevamo lavare per mancanza d'acqua, fave crude, lenticchie, pere e frutta varia che reperivamo in zona. Mamma pressava perché tornassimo in paese, nella speranza di poter vivere più civilmente, ma papà si opponeva a tale ipotesi, temendo il peggio. Quando finalmente rientrammo, trovammo la piazza Spedalieri letteralmente distrutta. A casa, la porta era spalancata, ma fortunatamente tutto era a posto".

Antonina Longhitano: Lutti, mutilazioni, la fame. Era questo il '43

Antonina Longhitano, 83 anni, rievoca i giorni terribili dell'agosto '43 con grande lucidità e precisione di particolari: "Il primo nostro rifugio fu la fuga in campagna, in località Buzzitti, poi al Passo dello Zingaro. Ma ovunque il problema fondamentale era la nutrizione, che non potevamo assicurarci, neanche limitandola ad un semplice tozzo di pane. Appunto il pane, che pure potrebbe sembrare il bene di consumo più facilmente reperibile, divenne presto oro per pochi ricchi: il frumento lo si doveva macinare con il mulinello in pietra e dunque sparì presto dal commercio anche nel mercato nero".

"A Buzzitti, se non ricordo male il 5 agosto, fummo mitragliati nove volte in un giorno; due bombe ci distrussero anche la casa. Insomma, ci stanarono. Disperati, tornammo a Bronte in piena notte, inerpicandoci lungo la strada ferrata della Circumetnea, fino alla chiesa di San Vito. Facemmo a tempo a cucinare delle fave che avevamo lasciato in un magazzino, quando una bomba cadde nei pressi di casa, uccidendo una mia sorella e due parenti. Una mia nipote, Biagia Messineo, tuttora vivente, perse una gamba; la ricoverarono nell'ospedale militare sito nel collegio Capizzi".

"Distrutti nel fisico e nel morale, com'è facilmente intuibile, fuggimmo ancora, ricoverandoci in una grotta in contrada Ciavarelli, nella strada che porta alla zona San Nicola. Quindi ci ritrovammo a Buzzitti, in una grotta-ricovero zeppa di gente disperata, assalita dai pidocchi e dalla fame. Per fortuna, allorché gli Americani si impadronirono della zona, mettendo definitivamente in fuga i Tedeschi e quando i militari italiani si erano dispersi, una certa serenità tornò a prendere il sopravvento e così - dopo una breve permanenza prima alla Placa Torre e poi al Passo dello Zingaro – potemmo rientrare a casa in paese. Ma i lutti e le mutilazioni come avremmo potuto dimenticarli, peraltro in un momento di gravi difficoltà per la sopravvivenza?".

Maria Agostina Minissale: Rifocillammo due soldati tedeschi augurando loro "buona fortuna"

Gli acciacchi non cancellano le sembianze d'una donna che doveva essere sicuramente splendida nel viso e nel corpo, d'una mamma-regina che ha il merito di aver messo al mondo dodici figli. Maria Agostina Minissale, 84 anni, è una delle rarissime abitanti di un piccolo agglomerato urbano di Bronte nella zona alta, sovrastante la galleria della Circumetnea, che s'è via via spopolata per drastiche ragioni strettamente naturali ed anche per la piaga dell'emigrazione. Vive ancora in quella linda casetta nella quale abitava nel '43, quando il paese nei primi giorni di agosto venne bombardato a tappeto e ricorda: "Fummo presi di sorpresa da quella improvvisa, massiccia incursione aerea e, quando cadde la prima bomba, fuggii da casa, ricoverandomi con i bambini sotto quell'albero di fichi (che indica; n.d.r.): eravamo in diciotto! Allorché un'altra bomba centrò la zona del Soccorso e giunse l'eco sinistra di numerosi morti, decidemmo di scappare verso la Sciara, dove ci fermammo sotto un grande albero di ulivo; di giorno, dovevamo stare tutti raccolti sotto quella occasionale protezione, per evitare di essere scoperti dagli aerei mitragliatori americani, che ci braccavano anche nel timore che con noi fossero militari italiani o tedeschi".

"Di notte - prosegue la signora Minissale - cercavamo di trasferirci in luoghi più protetti. Ed in effetti un buon rifugio lo trovammo più in alto nella montagna limitrofa, nella cappella del Santissimo Crocifisso, appartenente a padre Sanfilippo. L'acqua andavamo a raccoglierla in un pozzo dello Scialandro, sia per dissetarci: era un agosto particolarmente caldo; sia per lavare i panni di una mia bambina, Angela, nata da pochi mesi. Mangiavamo lenticchie, fave e more anche acerbe. Mio marito, per disperazione, cercava di tornare in paese per cercare del cibo, ma tornava puntualmente a mani vuote. Pertanto ci trasferimmo a Monte Chiuso, fermandoci in una casetta che disponeva di un pozzo: ma grande fu la delusione, quando scoprimmo che quel pozzo era totalmente a secco di acqua. E, per quanto disperati, riuscimmo anche a rifocillare due poveri soldati tedeschi che, da autentici disperati, erano in fuga: indicammo anche loro la via da percorrere, per raggiungere (a piedi) i Nebrodi e Messina, augurando loro 'buona fortuna'. Ma chissà quale sorte è toccata loro".

"Poi rientrammo, ma per me furono momenti particolarmente difficili. Affetta da anemia, mi ammalai e, trasportata distesa su una scala, quasi fosse una barella, dormii su una littorina abbandonata, prima di tornare a casa, che trovammo pressoché intatta anche se tutto intorno erano macerie. Ricordo che la popolazione era disperata: svendeva la biancheria, per assicurarsi un tozzo di pane. Chi possedeva le scarpe, le nascondeva nei posti più impensati, come anche i camini, per paura di rappresaglie. Furono davvero giorni tremendi per tutti".

 

Finito di stampare nell’anno 2003 dalla Tipografia GRAFIC@QUATTRO

Via Etna, 71 – Tel. 095.7723033

95034 BRONTE (CT)

 

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