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Cenni storici - Fatti del 1860 - Bronte 1943
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Il territorio di Bronte è sicuramente uno dei più singolari tipi naturali, soprattutto in considerazione della sua variegata produzione agricola. Ulivi, aranci, siepi di fichi d'India, mandorli, castagni, noccioli, viti, peri e pistacchi convivono su un suolo contraddistinto da terre vulcaniche e argillose. Anche dove successive eruzioni hanno ricoperto il territorio di dura roccia lavica, i contadini brontesi, sfruttando gli insegnamenti degli antichi dominatori arabi, tramandati da padre in figlio, sono riusciti ad impiantare alberi di pistacchio, che proprio sulla roccia lavica crescono rigogliosi: anzi, proprio in questo habitat, proibitivo per ogni altro tipo di vegetazione, si produce la migliore qualità di pistacchio presente sui mercati mondiali. Non crederemmo neppure che in questi luoghi così ospitali e quieti abbiano impresso le orme gli eserciti di bellicosi popoli, che tante volte hanno bagnato di sangue le nostre terre. Né incute timore il tremendo vulcano, 'larciprete in tunica bianca", che, offrendo al paesaggio la sua immagine più maestosa, riesce persino gradevole e piacevolissimo compagno: eppure sovente la sua ira ha devastato i miseri insediamenti dei nostri avi, rubando per sempre alla storia le prime timide manifestazioni di organizzazione civile delle genti etnee.
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Vuole il mito che il ciclope Bronte, figlio di Nettuno, sia stato il fondatore ed il re della città omonima. Padre Gesualdo De Luca, insigne storico brontese, nella sua opera Storia di Bronte accredita di sana pianta il mito sul palcoscenico della storia, richiamandosi ai celebri versi di Virgilio: Ferrum exercebant vasto Cyclopes in antro, Brontesque Steropesque et nudus membra Pyracmon (En., VIII, 424-25). A prescindere dalle implicite suggestioni poetiche, il mito riesce senz'altro a darci la misura del legame articolato e profondo delle genti etnee con la "muntagna", che è quasi divina, in quanto nel suo ventre vivono i figli di un dio. |
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La pianta trae alimento quasi miracolosamente dalla pietra lavica e, bonificata dalla cenere espulsa continuamente dal vulcano, produce la più pregiata qualità di pistacchio. |
L'anno 1.040, Bisanzio spediva in Sicilia uno dei suoi valorosi generali, il protospatario Giorgio Maniace, a capo di un esercito composto di truppe bizantine e normanne. Il protospatario cristiano recava con sé un prezioso dipinto di stile bizantino raffigurante la Madonna (ancora oggi custodito presso la chiesa normanna di Santa Maria di Maniace, annessa al castello dei Nelson). |
A ricordo imperituro della sua vittoriosa impresa Giorgio Maniace faceva costruire un convento nel luogo della battaglia. Distrutto da un terremoto, la regina Margherita di Navarra, nel 1173, ne edificò un altro più grande e sontuoso. Nei secoli seguenti, dagli Svevi agli Altavilla, dagli Angioini agli Aragonesi fino ai viceré, fu un susseguirsi di soprusi e pesanti imposizioni fiscali. |
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Difatti Bixio, giunto a Bronte, sedava i tumulti senza incontrare resistenza e, arrestati alcuni dei presunti rivoltosi, faceva intervenire la commissione mista di guerra, per celebrare un rapido e sbrigativo processo contro coloro che venivano ritenuti i capi. Il 9 agosto del 1860, nella piazzetta antistante il convento di San Vito, cinque dei condannati - tra essi un demente - venivano fucilati alla presenza di tutta la popolazione. Quel giorno, narrano i nostri anziani, i giustiziati furono sei: insieme ai cinque malcapitati moriva lo spirito battagliero dei brontesi. |
6 AGOSTO 1943: Avvenne a Bronte un violento bombardamento da parte delle forze alleate che cercavano di impedire alle truppe tedesche provenienti da Adrano la ritirata verso Messina
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![]() Ai giorni nostri, venendo a Bronte, a prima vista sembra impossibile che tutte queste cose siano avvenute in questa placida e rilassata cittadina. Eppure l'occhio attento, scrutando questi luoghi, troverà chiare le tracce dei Siculi, dei Greci e dei Romani; l'orecchio potrà percepire il fragore delle armi bizantine contro la strenue resistenza musulmana; le urla disperate della ribellione del Di Pace contro il sopruso della forza e dell'ingiustizia; il sordo schioppettio dei fucili piemontesi, tragico epilogo di un triste agosto di sangue. Ma, calpestando queste strade ci si potrà imbattere nella preziosa chiesetta di Santa Maria di Maniace, capolavoro dell'architettura normanna, dove, insieme ad altre opere di grande valore, è conservata la meravigliosa icona bizantina della Madonna; o nei pressi del Santuario dell'Annunziata, ad ammirare lo stupendo gruppo marmoreo policromo dell'Annunciazione di Maria, opera di Antonio Gagini (il cui manto, secondo la tradizione, spesso è servito a frenare le colate laviche); potrà gustare il dono più bello che i Saraceni hanno lasciato ai brontesi: il pistacchio; poi, a sera, socchiudendo gli occhi, magari dopo aver sorseggiato il generoso vino locale in qualche bettola, chissà che non ci si imbatta proprio in lui, nel Ciclope Bronte, il figlio di Nettuno, mentre trasporta al re dell'Olimpo uno dei fulmini che da poco ha finito di forgiare nelle infuocate viscere dell'Etna. Testi e foto tratte da: I luoghi della Ducea dei Nelson attraverso foto e cartoline depoca a cura di Antonio Petronaci
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