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STORIA
 

Cenni storici - Fatti del 1860 - Bronte 1943

 

Quell’anno, male interpretandosi lo spirito che animava la spedizione di Garibaldi in Sicilia, nei primi giorni di agosto scoppiò in Bronte un tumulto, conclusosi con un aberrante eccidio di "cappelli" (i cittadini di condizione economica più agiata). Garibaldi, più per tutelare gli interessi dei discendenti dei Nelson che per ragioni di ordine pubblico, spedì a Bronte uno dei suoi migliori generali: Nino Bixio. La scelta del generale lasciava già presagire il triste epilogo della vicenda. Infatti, in una delle lettere di Bixio alla moglie si legge: "Un tumulto di nuovo genere scoppia a 70 miglia da Messina. Si bruciano le case, si assassinano. Il generale mi spedisce sul luogo. Missione maledetta dove l’uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato." Garibaldi non poteva scegliere peggio (o meglio, secondo il punto di vista dei timorosi possidenti). Così Giovanni Verga, nella novella Libertà, ispirata appunto a questi avvenimenti, ci descrive Nino Bixio: " Veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente . Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina prima dell’alba se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l’uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono". Il racconto degli avvenimenti non corrisponde certo alla verità storica, ma il personaggio è quello. Difatti Bixio, giunto a Bronte, sedava i tumulti senza incontrare resistenza e, arrestati alcuni dei presunti rivoltosi, faceva intervenire la commissione mista di guerra per celebrare un rapido e sbrigativo processo contro coloro che venivano ritenuti i capi. Il 9 agosto del 1860, nella piazzetta antistante il convento di S. Vito, cinque dei condannati - tra essi un demente - venivano fucilati alla presenza di tutta la popolazione. Quel giorno, narrano i nostri anziani, i giustiziati furono sei: insieme ai cinque malcapitati moriva lo spirito battagliero dei brontesi.

 

L'eccidio di Bronte - raccontato dal garibaldino Cesare Abba nel libro "Da Quarto al Volturno" -

"Bixio in pochi giorni ha lasciato mezzo il suo cuore a brani, su per i villaggi dell'Etna scoppiati a tumulti scellerati. Fu qua e là, apparizione terribile. A Bronte, divisione di beni, incendi, vendette, orgie da oscurare il sole, e per giunta viva a Garibaldi. Bixio piglia con sé un battaglione, due; a cavallo, in carrozza, su carri, arrivi chi arriverà lassù, ma via. Camminando era un incontro continuo di gente scampata alle stragi. Supplicavano, tendevano le mani a lui, agli ufficiali, qualcuno gridando: Ohi non andate, ammazzeranno anche voi! Ma Bixio avanti per due giorni, coprendo la via de' suoi che non se ne potevano più, arriva con pochi: bastano alla vista di cose da cavarsi gli occhi per l'orrore! Case incendiate coi padroni dentro; gente sgozzata per le vie; nei seminari i giovanetti trucidati a pie' del vecchio Rettore; uno dell'orda è là che lacera coi denti il seno di una fanciulla uccisa. "Caricateli alla baionetta!". Quei feroci sono presi, legati tanti che bisogna faticare per ridursi a scegliere i più tristi, un centinaio. Poi un proclama di Bixio è lanciato come lingua di fuoco: "Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d'assedio: consegna delle armi o morte: disciolti Municipio, Guardia Nazionale, tutto: imposta una tassa di guerra per ogni ora sin che l'ordine sia ristabilito". E i rei sono giudicati da un Consiglio di Guerra. Sei vanno a morte, fucilati nel dorso con l'avvocato Lombardi, un vecchio di sessant'anni, capo della tregenda infame. Fra gli esecutori della sentenza v'erano dei giovani dolci e gentili, medici, artisti in camicia rossa. Che dolore! Bixio assisteva con gli occhi pieni di lagrime. "Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò muoversi".
 

L'eccidio di Bronte del 1860 ad opera di Nino Bixio, sicario di Garibaldi - di Fernando Mainenti

 

La verità può recare danno solo per un breve momento, ma, per una fatale legge di attrazione, essa suscita nuove verità, le quali sono utili, più utili, sempre più utili. Viceversa, l’errore può essere utile, ma la sua utilità è effimera e ingannatrice, e, per la stessa legge di attrazione, crea nuovi errori che sono nocivi, più nocivi sempre più nocivi...

Queste parole di Goethe potrebbero essere scolpite su un monumento che celebri, visivamente, la realtà del cosiddetto Risorgimento in Sicilia e le stragi commesse da quei criminali di guerra piemontesi che ci ritroviamo eroi nei libri di scuola. Nino Bixio in testa! Sulle pendici nord-occidentali dell’Etna, a 794 metri, sorge la cittadina di Bronte. Antico casale medievale raccolse nel 1520, per decreto di Carlo V, gli abitanti dei numerosi borghi limitrofi, per cui si formò l’attuale paese che fu a lungo feudo dell’abate di Maniace, il borgo più importante dell’epoca. Successivamente la cittadina fu infeudata dall’Ospedale Grande di Palermo ed ebbe un’amministrazione militare regia; nel 1799 Ferdinando IV la concesse in feudo all’ammiraglio inglese Orazio Nelson, in ricompensa dei servigi resigli dopo l’abbandono di Napoli e il rifugio in terra di Sicilia. Era stato infatti Nelson ad accogliere sulla sua nave ammiraglia Vanguard la famiglia reale esule e a trasportarla a Palermo durante una tempesta di mare senza precedenti. Dopo l’infelice esito della rivoluzione del 1848-49 si formarono a Bronte due partiti: i Comunisti e i Ducali, che tennero diviso il paese per molto tempo. Con il termine “Comunisti” venivano indicati in Bronte i sostenitori dei diritti del Comune, contrapposti ai “Ducali” che invece sostenevano gli  interessi della ducea di Nelson. Al di sotto di queste due fazioni di cappelli marcivano nella miseria le masse contadine e bracciantili; quei contadini con la schiena piegata in due dall’annoso lavoro di zappa, che pagavano le decime e i balzelli ai feudatari, che selvatici, capperi, funghi, le sanguisughe da vendere allo speziale, e rane da cucinare in famiglia. Su questi poveracci spesso cadevano contravvenzioni, quasi sempre per evasione al balzello del macinato, multe che i disgraziati non potevano assolutamente pagare, scontate con mesi di carcere duro. Frequenti erano, inoltre, i pignoramenti per usure non pagate, tassazioni arbitrarie, accuse di furto per legna raccolta nei boschi della ducea o in quelli comunali. L’ammenda per una bracciata di rami era pari al valore dell’albero vivo, e non della legna; inoltre veniva comminato non meno di un mese di carcere. Negli archivi comunali di Bronte è registrata (febbraio 1850) un’ammenda di 39 ducati: una somma enorme che il contadino non riusciva a guadagnare in tutta la vita. Venerdì 11 maggio del 1860, Garibaldi, “l’eroe dei Due Mondi”, sbarca a Marsala mettendo così in atto il piano piemontese – inglese di usurpazione del libero e sovrano Regno delle Due Sicilie. La miserabile giustificazione agli occhi dell’opinione pubblica era sempre la solita: venire a liberare il Mezzogiorno d’Italia dalla crudele e spietata tirannide borbonica. Sul trono di Napoli siede infatti un truce tiranno: il mite, onesto e cattolicissimo Francesco II, che si trovò per sua mala sorte Re delle Due Sicilie nel momento più drammatico e fatale per la dinastia. Da Salemi, il 14 maggio, Garibaldi, creatosi dittatore in nome di Vittorio Emanuele, un re piemontese del tutto estraneo ai Siciliani, lanciò il suo retorico ed assurdo proclama: Siciliani! Io vi ho guidati una schiera di prodi accorsi all’eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi! noi non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve (il prezzo del tradimento dei generali borbonici era già stato pagato!). All’armi! Chi non impugna un’arma è un codardo e un traditore della patria (ma quale patria?). Non vale il pretesto della mancanza d’armi. Noi avremo fucili, ma per ora un’arma qualunque basta, impugnata dalla destra di un valoroso. I municipii provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vecchi derelitti. All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libera un paese dagli oppressori colla potente volontà d’un popolo unito. I Siciliani rimasero del tutto indifferenti a questo farneticante proclama dell’eroe, mentre in Bronte, i borgesi, i galantuomini, i feudatari si diedero subito da fare; nacque un comitato di liberazione presieduto dal barone Giuseppe Meli. Aderirono al comitato alcuni brontesi che si erano autodefiniti liberali, per potere continuare a gestire il potere anche nel caso di un passaggio di autorità, che essi ritenevano essere imminente: il cavalier Gennaro Baratta, il barone Giuseppe Guzzardi, Giuseppe Radice, i fratelli Nicolò e Placido Lombardo (Nicolò fu poi una delle vittime della ferocia di Nino Bixio), il dottor Luigi Saitta, l’avvocato Nunzio Cesare, Franco Thovez, governatore della ducea Nelson, Rosario Leotta, segretario della ducea, l’avvocato Giuseppe Liuzzo. La plebe, però, non vedeva in Garibaldi il presunto liberatore dalla tirannide borbonica: vedeva nel mercenario avventuriero il liberatore dalla più dura oppressione: la miseria, la fame. La fame è cattiva consigliera e già a Bronte si era verificato l’episodio di un bracciante, un tale Carmelo Giordano, che uscendo da una taverna aveva pronunciato alcune minacciose parole: Se gira la palla, le bocce e i cappellucci devono andare per aria. Era chiara l’allusione al cambiamento di politica ed alle teste dei borgesi che dovevano saltare quanto prima. Il 27 maggio, Garibaldi, favorito dall’alto tradimento del generalissimo Lanza, entrava in Palermo e chiamava alle armi tutta la Sicilia (chiamata rimasta inattesa): Siciliani, il Generale Garibaldi, dittatore in Sicilia a nome di S.M. Vittorio Emanuele re d’Italia (mentre ancora il savoiardo usurpatore era in atto re di Piemonte e Sardegna)… chiama alle armi tutti i Comuni dell’Isola perché corrano al compimento della vittoria. La notizia accrebbe la tensione in Bronte e il 29 giugno il comitato inviava il seguente messaggio a Garibaldi: Non ultimo fra i paesi di Sicilia nostra ed a nessuno secondo per ardentissima carità dell’italico natio suolo, rispondeva il popolo brontino il dì 16 maggio al generoso appello rigenerante, stringendosi fervido di gioia al sospirato nazionale vessillo… Italia unita è la brama, che punge i figli tutti di questa classica terra (anche i braccianti pezzari e morti di fame)… Italia libera e una nella sua   possanza potria resistere ai colpi del tiranno straniero…Voi porgendo la benefica vostra mano (quella stessa che ammazzò le innocenti vittime di Bronte) un trono ci additate più luminoso; un albero vitale da cui qualunque ramo suggerà vita, più bello germoglio, più rigoglioso…Garibaldi sarà sempre immortale come la istorica rimembranza, e l’uom del palagio e quello della gleba (i braccianti derelitti) lo benedirà come il siculo liberatore, come il foriero di un’era più luminosa…Viva Italia unita! Viva Vittorio Emanuele! Viva Garibaldi! Bronte, 29 giugno 1860. Il presidente del comitato, Giuseppe Meli. Questo indirizzo gravido di ributtante e falsa retorica patriottarda fu redatto dal sacerdote Vincenzo Leanza in uno stile gonfio, magniloquente e bolso, da vecchio avvocato di provincia rimbecillito. Si accesero, quindi, gli entusiasmi della plebe: i contadini impazienti aspettavano che fosse tolta la tassa sul macinato, fatta la divisione delle terre demaniali (già ordinata dallo stesso Francesco II) e ribadita da Garibaldi con il decreto del 2 giugno. I decurioni del Comune, però, non si erano affatto curati di porre mano alle terre demaniali per non ledere gli interessi di parecchi borgesi che si erano già appropriati delle terre vulcaniche del Comune. È chiaro come in questo clima rovente che aveva dato adito ad intrighi e abusi, lo spirito dei contadini, sofferenti ed oppressi da secoli, spingeva la plebe a vendette e riparazioni. Scrive Machiavelli: Ogni rivoluzione o rivolta politica in fondo non è che rivoluzione sociale ed economica; e si muta volentieri padrone e si fanno le rivoluzioni credendo migliorare. (Machiavelli Discorso sulla prima deca di Tito Livio, libro III, cap. XXIII). Profetiche parole, indirizzate nel tempo ad una plebe che aveva in odio gli uomini del Comune e della ducea e che non aveva più alcuna fede nei tribunali e nell’esercizio della giustizia. Soffocati da una feroce, atavica miseria, alcuni credettero pertanto fare giustizia da sé, approfittando dell’anarchia che ogni cambiamento violento di regime porta naturalmente con sé. Nel giugno e luglio del 1860 scoppiarono feroci rivolte in molti Comuni dell’Isola: Nicosia, Regalbuto, Cesarò, Randazzo, Maletto, Biancavilla, Centuripe, Alcara Li Fusi, Mistretta, Cerami; la plebe, suggestionata da una falsa promessa di libertà, andava gridando ovunque: Abbassu li cappeddi; e l’agognata libertà si trasformò in vendetta per i tanti soprusi patiti. Erano ritornati in libertà dalle carceri alcuni delinquenti brontesi condannati per furti ed omicidi. Costoro, arroganti per la riconquistata impensata libertà, si davano a percorrere le vie del paese e le campagne con coccarde tricolori al petto, spingendo la plebe alla sommossa, con il pretesto della mancata divisione delle terre demaniali. Il Decurionato Comunale, invece di placare gli animi, ordinò l’arresto dei dimostranti; il capitano Franco Thovez, con la sua compagnia con a capo il notaio Cannata e Giovannino Spedalieri, direttore delle carceri, arrestò i sobillatori più audaci: Arcangelo Attinà, Francesco Gorgone, Nunzio Cesarotano, Nunzio Ciraldo. Uno solo dei decurioni protestò per quegli arresti che egli ritenne arbitrari: l’avvocato Nicolò Lombardo (una delle vittime del nazista Bixio). Ma gli arrestati, profittando della traduzione alle carceri di Catania, riuscirono a fuggire rifugiandosi nei fitti boschi dell’Etna. La mattina del 28 luglio, un povero innocuo demente, Nunzio Ciraldo Fraiunco, con la testa cinta di uno straccio tricolore, suonando un tamburo di latta, andava sproloquiando per le vie di Bronte: Cappeddi, vardativi, è gghiunta l’ura du giudiziu univirsali, populu, tutti ‘nta chiazza, continuando così sino al Casino dei nobili, profferendo ulteriori sciocchezze e frasi senza senso. I galantuomini del Casino si fecero delle grasse risate e, veri dementi quali erano, si limitarono a sputare addosso al matto che fu cacciato via a pedate, fra gli sberleffi della folla. La sera del 29 luglio una torma di monelli, con torce accese, diede luogo ad una macabra messinscena: portando a spalla una cassa da morto di rozzo legno, andavano cantando miserere e de profundis sotto le case dei “cappelli”, aggiungendo lamenti e strilli di dolore come per la morte di un parente. La situazione pertanto precipitava drammaticamente, mentre le autorità, sempre divise da interessi contrapposti, non erano in grado di percepire il comune pericolo. La sera del primo agosto la folla in tumulto occupò i posti di Salice, S. Antonino, Scialandro, Catena, Camposanto, dietro S. Vito. Verso le cinque del mattino si udirono tocchi di campane a morto, urla, fischi e qualche colpo di fucile. La folla gridava: Dobbiamo dividerci i beni del Comune; questi cappelli ci hanno succhiato il sangue nostro: ce lo devono restituire. Vicino al Casino dei civili, i dimostranti incalzavano: Vulemu i terri!. Apparve il notaio Cannata, armato di doppietta, che minacciò di tirare a bruciapelo sulla folla; questo gesto provocatorio aizzò vieppiù la massa vociante e partirono fischi e qualche pietra. La mattina seguente cadde la prima vittima, la guardia municipale Carmelo Curchiurella, ucciso vicino al carcere perché andava prendendo i nomi di quelli che avevano occupato i passi che portavano fuori dal paese. A sera, alle 23, si intesero campane a martello dalla chiesa dell’Annunziata; la rabbia accumulata in silenzio, in tante generazioni di pezzenti, esplose con una violenza senza precedenti. Al grido di Viva l’Italia e morte ai sorci una massa di facinorosi avanzava dal piano di S. Vito verso il centro del paese. Dalle caverne dell’Etna erano calati anche i carbonai, che da secoli erano stati costretti a pagare prezzi da usura ai proprietari dei boschi per rifornirsi di legna per la loro attività. I carbonai erano i più minacciosi: armati di accette, andavano assestando violenti colpi alle abitazioni sino a scardinarne gli usci con scuri e pali. Le case vengono invase da una folla minacciosa, fra cui donne e ragazzi; si rapina tutto quello che si può: vino, farina, grano, olio; si rubano i materassi di lana: bottino pregiato per della gente che aveva sempre dormito nei sacchi imbottiti di paglia. Quello che non si può rapinare viene dato alle fiamme, fra il tripudio violento degli animi. Da ogni parte del paese si alzano fiamme e fumo. La mattina del 3 agosto una folla enorme con armi e bandiere si recò alla casa dell’avvocato Nicolò Lombardo, che dall’inizio della sommossa si era sempre adoperato a calmare gli animi per evitare atti inconsulti e drammatici. L’avvocato Lombardo era in fama di liberale e di uomo giusto e saggio, sempre disposto ad adoperarsi per migliorare le condizioni incredibilmente dure della plebe. Accolto dagli applausi della folla, fra gli evviva del popolo, Nicolò Lombardo fu acclamato a viva voce Presidente del Municipio (questo fatto gli costerà la vita a causa della cieca e feroce vendetta del boia Nino Bixio). Il Lombardo, coadiuvato dal dottor Saitta, invano si adoperò per frenare gli animi, cercando di evitare il peggio: la folla inferocita non ascoltò né i consigli né le preghiere. Alle tre del pomeriggio venne ucciso il notaio Cannata, i campieri del quale avevano per anni massacrato di botte i braccianti sorpresi al pascolo o a raccogliere legna nelle sue terre. Poi fu la volta del figlio Antonino, ucciso per odio al padre, con due fucilate in pieno petto. Al Casino dei civili, un carbonaio robusto e tutto nero di fuliggine andava arringando la folla inferocita, dicendo: Si ‘nta na tana ci sunu sei lupi e si ni ammazzanu sulu cincu, chiddu ca resta vivu, fa ppi sei!. La folla ubriaca assentiva gridando: Viva l’Italia, viva Garibaldi!. In un orto vicino al Collegio Capizzi venne ucciso Nunzio Lupo e nel quartiere S. Vito fu freddato il cassiere comunale Francesco Aidala; poi fu la volta di Vito Margaglio e dell’impiegato del Catasto Vincenzo Lo Turco. La maggior parte dei civili, travestiti da contadini o da donne, riuscì a fuggire aiutata dai loro massari e campieri; molti si rifugiarono in Adernò, alcuni riuscirono a raggiungere Catania. Allo Scialandro, antico luogo di supplizio sotto il mero e misto impero, furono trucidati altri disgraziati: ormai il terrore era indescrivibile. Inutilmente, l’avvocato Lombardo tentò, ancora una volta, di ammansire la folla infuriata: andava girando da un gruppo all’altro di quei violenti, pregando, scongiurando che smettessero il massacro. Dopo la battaglia della piazza di Milazzo, eroicamente difesa dal colonnello borbonico Ferdinando Beneventano del Bosco, l’eroe dei Due Mondi si trovava a Messina per preparare lo sbarco dei suoi uomini nel Continente, mentre il grosso delle sue truppe bivaccava a Giardini per potere attraversare lo Stretto fuori dal tiro delle fregate borboniche. A Messina, Garibaldi fu raggiunto da un dispaccio del console inglese di Palermo, che prevedendo minacce e aggressioni nella ducea Nelson, lo pregava di inviare delle truppe per sedare la rivolta; anche il console inglese di Catania tempestò il dittatore di telegrammi perché ponesse fine alla rivolta dei Brontesi. La duchessa stava in Inghilterra e sul castello sventolava la bandiera inglese, mentre a Bronte, ad amministrare il feudo, stavano i fratelli Guglielmo e Franco Thovez, inglesi ambientati da anni nel territorio di Bronte. L’appello degli Inglesi a difesa della ducea fu immediatamente recepito da Garibaldi, memore dell’aiuto in denaro e in politica che l’Inghilterra aveva offerto alla sua impresa di predone (l’Inghilterra mise infatti a disposizione di Garibaldi tre milioni di franchi francesi in piastre d’oro turche). L’eroico dittatore telegrafò quindi a Bixio, che si trovava a Giardini con la prima brigata della 15° divisione Turr, ordinandogli la repressione della rivolta di Bronte con particolare rigore: che Bixio, fedele agli ordini, applicò con spietata ferocia. Fu quindi l’interesse britannico a scatenare la repressione (una vera e propria rappresaglia di stile nazista) dei moti di Bronte e non certamente la pietà e l’orrore per i civili uccisi dai rivoltosi. A Garibaldi poco importava della vita e degli averi dei Siciliani: bisognava tutelare e difendere gli amici Inglesi da un eventuale, forsennato attacco della plebe brontese. Bixio scrisse alla moglie: Un tumulto di nuovo genere scoppia a settanta miglia da Messina (Bronte). Si bruciano case, si   assassinano…il generale mi spedisce sul luogo…Missione maledetta dove l’uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato (Nino Bixio, Lettera alla moglie, Giardini, agosto 1860). E invece la natura di feroce assassino Bixio l’aveva e come! Dopo due giorni di faticosa marcia, la mattina del 6 agosto, “l’eroe” Nino Bixio giunge a Bronte con due battaglioni di camicie rosse accolto dal colonnello Poulet e dal Rettore del Collegio Capizzi, monsignor Palermo, che gli mise a disposizione il proprio appartamento. I nemici politici dell’avvocato Nicolò Lombardo colsero dunque l’occasione di macchinare la rovina del loro onesto e leale avversario, indicandolo a Bixio quale caporione della rivolta: la reazione di Bixio fu inconsulta e immediata – il sicario di Garibaldi non si preoccupò minimamente di accertare o meno la colpevolezza dell’accusato, ma sotto l’effetto dell’ira più violenta ordinò al Poulet di arrestare il Lombardo ed i principali colpevoli della tragica sommossa. Alcuni amici del Lombardo ed un ufficiale della compagnia del colonnello Poulet lo avvertirono del pericolo e gli consigliarono la fuga per sottrarsi alla rappresaglia di Bixio. Ma il Lombardo, forte della sua coscienza pulita, consapevole di avere tentato con tutti i mezzi di placare gli animi esagitati, si recò al Collegio Capizzi e chiese di conferire con Bixio. Monsignor Palermo, non appena lo scorse, lo implorò di fuggire, avendo già intuito che il Lombardo andava incontro ad una morte certa. Ma nemmeno questo consiglio rimosse don Nicolò dal suo proposito di presentarsi al generale. Bixio lo accolse con occhi di fuoco, bollente d’ira e lo apostrofò con violenza: Ah! Siete voi il presidente della canaglia!. Non gli diede il tempo di scolparsi, di manifestare le sue buone ragioni; gli impedì ogni, seppur vana, difesa! Con un ruggito che nulla aveva più di umano, ordinò l’arresto immediato dell’avvocato e lo fece rinchiudere nella stanza di disciplina del Collegio, sorvegliata a vista da un picchetto armato di garibaldini. La stessa mattina, Nino Bixio emise due decreti: All’ufficiale di guardia – 6 agosto in Bronte – L’ufficiale di guardia metterà due sentinelle alla porta del quartiere ed una seco una tromba. La consegna speciale è di avvisarmi ad ogni rumore che sorta dal naturale. Alle 10 mandare una pattuglia di otto uomini con un sergente a percorrere il paese, impedire la circolazione, non lasciarsi avvicinare da alcuno del paese. Se viene trovato qualcheduno, arrestarlo, e se resiste fucilarlo sul luogo; arrestare chi non volesse ritirarsi. Fucilare chi armato opponesse resistenza.

Il generale G. N. Bixio in virtù delle facoltà ricevute dal Dittatore, decreta: il paese di Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato di assedio. Nel termine di tre ore da cominciare dalle ore 13 e mezzo gli abitanti consegneranno le armi da fuoco e da taglio, pena la fucilazione per i retentori. Il Municipio è sciolto per organizzarsi pure ai termini di legge (ma quale legge?). La guardia nazionale è sciolta pure per organizzarsi pure ai termini di legge (ibidem). Gli autori dei delitti commessi saranno consegnati all’autorità militare per essere giudicati dalla commissione speciale. È imposta al paese una tassa di guerra di onze dieci all’ora (circa 127 lire) da cominciare alle ore 22 del giorno 4, giorno ed ora della mobilitazione delle forze in Pistorina e di aver termine al momento della regolare organizzazione del paese. Il presente decreto sarà affisso e bandizzato dal pubblico banditore. Bronte, 6 agosto 1860. Il maggior generale G. N. Bixio.

In questo contesto i veri autori dei delitti – i carbonai – fecero in tempo a rifugiarsi nelle grotte dei boschi dell’Etna, luoghi inaccessibili ed inviolabili, che essi conoscevano bene per avervi condotto, da anni, la loro attività. In seguito a vaghe, incontrollate denunzie popolari vennero arrestati, quali presunti autori dei crimini, altri 4 innocenti: Nunzio Samperi, Nunzio Ciraldo Fraiunco (il demente), Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Spitaleri Nunno. La mattina del 7 agosto si insediò il tribunale di guerra composto dai signori: maggiore De Felice, presidente; Cormaggi, Cragnotto, Castro, giudici; Guarnaccia, avvocato fiscale; Boscaini, segretario; Boscaini Privitera, cancelliere sostituto; nessun collegio di difesa per gli imputati: l’avvocato Lombardo chiese che si ascoltassero testimoni a sua discolpa: il sac. Gaetano Rizzo, il sac. Gaetano Palermo, il maestro Carmelo Petralia, il cav. Mariano Meli, donna Vittoria Castiglione, il delegato don Nicolò Spedalieri; tutti confermarono che l’avvocato Nicolò Lombardo era stato estraneo ai fatti criminosi, anzi aveva agito attivamente per frenare il tumulto e calmare gli animi. Le testimonianze a favore del Lombardo furono disattese, poiché Bixio voleva un capro espiatorio da sacrificare al Dittatore e così fu! Il sicario di Garibaldi aveva già imposto al tribunale militare celerità e sentenza di morte per i cinque imputati; il processo fu una mostruosità giuridica senza pari – nessuna difesa, nessun peso dato ai testimoni a discarico. Alle ore 20 del giorno 9 agosto, il tribunale di guerra condannava a morte, mediante fucilazione don Nicolò Lombardo, Nunzio Ciraldo Fraiunco (il matto), Spitaleri Nunzio Nunno, Samperi Nunzio fu Spiridione e Longhitano Nunzio Longi, senza alcuna prova certa della loro colpevolezza. Gli imputati furono condannati a morte, in nome di Vittorio Emanuele II, re d’Italia (fu violato apertamente anche il diritto internazionale, poiché Vittorio Emanuele non era re d’Italia e i condannati erano sudditi di Francesco II, re delle Due Sicilie). Da una lettera inviata da Bixio al maggiore Dezza, che comandava un battaglione di bersaglieri di stanza a Randazzo, appare chiaro come la sentenza di morte fosse stata già decisa: infatti Bixio gli annunziava la condanna degli imputati fin dalla sera del giorno 8, mentre la decisione di morte venne pronunziata alle ore 20 del giorno 9 (in questo senso, gli ufficiali nazisti, quando decretavano sentenze di morte, furono almeno più rispettosi delle procedure). Dopo la sentenza, i parenti del Lombardo si presentarono a Bixio per poter avere la possibilità di un ultimo colloquio con il condannato, ma “l’eroe” li respinse in malo modo, un servitorello del Lombardo, che era andato a portargli delle uova per l’ultima colazione, fu cacciato da Bixio con queste ciniche parole: Non ha bisogno di uova, domani avrà due palle in fronte. Il povero demente, Nunzio Ciraldo Fraiunco, pianse e si lamentò tutta la notte, baciando uno scapolare della Madonna che portava al collo. Il 10 agosto del 1860, i condannati furono avviati al piano di S. Vito per l’esecuzione: precedeva l’avvocato Lombardo a passi lenti, fumando un sigaro, la folta barba nera adagiata sul petto; gli altri piangevano e si battevano il viso recitando le preghiere degli agonizzanti; solo il matto, stranamente, sorrideva. Arrivati sul piano di S. Vito, i condannati furono posti a sedere in fila; Bixio a cavallo, con gli occhi spiritati, sembrava il demone terribile della vendetta; un ufficiale lesse la sentenza e fu ordinato il fuoco. Caddero in quattro, riversi l’uno sull’altro. Solo il matto rimase indenne: evidentemente nel cuore del plotone d’esecuzione era passato un brivido di pietà. Il matto si inginocchiò ai piedi di Bixio: Grazia, grazia, la Madonna mi ha fatto la grazia, fatemela voi, grazia, grazia!. Per tutta risposta Bixio ordinò all’ufficiale comandante il plotone di esecuzione di dargli il colpo di grazia, e quello gli sparò in testa. E così fu che anche il povero Nunzio Ciraldo Fraiunco, colpevole solo di aver suonato un tamburo di latta, gridando: Viva la libertà, viva Garibaldi, raggiunse la libertà dalla vita di miserabile mentecatto che aveva condotto fino a quel momento. A Bixio, criminale di guerra, e a Garibaldi, noi Siciliani sempre pronti per atavico servaggio a piegare i ginocchi e a baciare le mani, abbiamo dedicato monumenti, vie e piazze, celebrazioni e medaglieri, a perenne ricordo della libertà ottenuta dalla barbarie borbonica. In realtà i briganti furono loro, quegli assassini dei fratelli d’Italia (Angelo Manna).

 

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BIBLIOGRAFIA:

BENEDETTO RADICE, Memorie storiche di Bronte, edizione Banca popolare di Bronte 1984

LEONARDO SCIASCIA, La corda pazza, Einaudi 1970 Giornale costituzionale di Napoli del 16 giugno 1860 Giornale di Sicilia del 4 luglio 1860

NICOLÒ MACHIAVELLI, Discorso sopra la prima deca di Tito Livio

GIUSEPPE CESARE ABBA, Vita di Nino Bixio

GIUSEPPE BUTTÀ, Da Roma a Gaeta, memorie della rivoluzione del 1860-61, Bompiani 1975

GIUSEPPE BUTTÀ, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Bompiani 1975 Giornale della Provincia di Catania del 17 agosto 1860

ARISTIDE BUFFA, Tre Italie, Editrice Esa 1961 Archivio di Stato di Catania Diario del console inglese Dikinson – Archivio Provinciale di Catania

 


 

LIBERTA'  di Giovanni Verga
da: Testi e Strumenti - i testi letterari - Editore Bulgarini Firenze - 1995
a cura di S. Treré & G. Gallegati.

Nella primavera del 1860, Giuseppe Garibaldi sbarca a Marsala per liberare il Meridione dai Borboni e ricongiungerlo al resto d'Italia. Le masse agricole della Sicilia vedono confusamente nell'arrivo di Garibaldi una speranza di liberazione dalla loro miseria, la fine di una sofferenza vecchia di secoli. A Bronte (un centro agricolo sulle pendici occidentali dell'Etna) la rivolta scoppia dal 2 al 5 agosto 1860. I contadini - esasperati dalla mancata divisione delle terre demaniali, promessa dai Borboni e poi riconfermata dallo stesso Garibaldi il 2 giugno - insorgono, guidati dall'avvocato Nicolò Lombardo. La sommossa sfugge dalle mani dei capi politici e de genera in una vera e propria furia omicida, con atrocità incredibili anche contro vittime innocenti. Garibaldi è costretto ad intervenire per ragioni di politica generale, che impongono di bloccare sul nascere ogni rivendicazione contadina e di mantenere la sua impresa nell'ambito della rivoluzione borghese. Affida la repressione ad un uomo deciso come il generale Nino Bixio, che pone fine ai tumulti con estrema durezza. Un tribunale di guerra, senza lasciare alla difesa il tempo di assolvere la propria funzione, fa passare immediatamente per le armi cinque rivoltosi (tra i quali, l'avvocato Lombardo); altri sono arrestati e, dopo un processo durato tre anni, parecchi sono condannati all'ergastolo. Questi sono i fatti storici che Verga, a distanza di vent'anni, riprende nella novella Liberti, pubblicata il 12 marzo 1882 nella "Domenica Letteraria" e compresa poi nella raccolta Novelle rusticane:

..... Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: - Viva la libertà! Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino (1) dei galantuomini (2), davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche (3), le scuri e le falci luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola. - A te prima, barone! che hai fatto nerbar (4) la gente dai tuoi campieri (5) ! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. - A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne (6) e la carne del prossimo per due tari (7) al giorno! E il sangue che fumava ed ubriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! (8) Ammazza! ammazza! Addosso ai cappel1i! Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu al diàvolo! - Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te'! tu pure! - Ai reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e riempiva la Ruota (9) e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sul ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse - lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia - don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza (10) gli aveva ricamato tempo fa, quando il male (11) non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. - Paolo! Paolo! - Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello (12). Ma il peggio avvenne appena cadde il figliuolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di trascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: - Neddu! Neddu! - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò disopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e gliel'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. - Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni - e tremava come una foglia. - Un altro gridò: -Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! - Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie (13) che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando d'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. - Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Th che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! - Te'! Te'! - Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure! La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle Finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schioppettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima (14) c'era la pena di morte per chi tenesse armi da fuoco. - Viva la libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte sulle gradinate, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: -Mamà! Mamà! - Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avute cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria. E in quel carnevale furibondo del mese di luglio (15), in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, Fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte. Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. - Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio. E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sul fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra di sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. - Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo (16), avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappe1li! - Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta (17), ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa (18)! - E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io. - Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! - Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure. Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale (19), quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo. Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimiitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa. Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo - ahi! - ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città (20), a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da Finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. ll letto nello stallazzo (21) costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie (22), e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: - Sta tranquilla ché non ne esce più. - Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci (23). Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponala (24) - ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. - Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano dietro le lenti dei loro occhiali, che agginacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini (25), stanchi annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!... Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...

NOTE
1. cosmo: luogo di ritrovo dei ceti medi.
2. galantuomini: il ceto medio dei possidenti.
3. berrette bianche: i contadini.
4. nerbare: frustare.
5. campieri: erano gli uomini di fiducia del proprietario terriero, le sue guardie del corpo che sorvegliavano lo svolgimento dei lavori.
6. che hai venduto la tua carne: il guardaboschi, per conto del padrone, impediva ai poveri di fare legna.
7. tari: moneta siciliana del tempo, che equivaleva a otto soldi e mezzo.
8. cappelli: i signori. Solo i signori portavano il cappello, mentre i contadini usavano la berretta.
9. la Ruota: "Una specie di gabbione, girevole su un perno, nell'apertura di un muro, in uso nei conventi di suore, per passarvi cibi o altri oggetti. I trovatelli venivano depositati in uno degli scompartimenti".
10. ragazza: la figlia.
11. il male: la fillossera.
12. martello: il battiporta di metallo.
13. soperchierie: prepotenze.
14. Prima: sotto i Borboni.
15. mese di luglio: storicamente le giornate dell'insurrezione vanno dal 2 al 5 agosto 1860.
16. Nino Bestia... Ramurazzo: i due più violenti capi popolo.
17. per metterla sulla carta: per fissare la nuova proprietà.
18. avrebbe fatto a raffa e a raffa: avrebbe arraffato tutto quello che gli si presentava.
19. il generale: Nino Bixio.
20. in città: a Catania.
21. stallazzo: nella misera locanda; più propriamente, il luogo per alloggiare le cavalcature dei viaggiatori.
22. ubbie: scrupoli, timori.
23. cenci: gli stracci, cioè la povera gente.
24. capponaio: il gabbione della corte d'Assise.
25. dodici galantuomini: i giurati.

Fonte: www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Prima.htm
 

 

BRONTE: STORIA DI UN MASSACRO CHE I LIBRI DI STORIA NON HANNO MAI RACCONTATO

I libri di storia ufficiali hanno raccontato il Risorgimento con poche varianti: Garibaldi che dice a Bixio “Qui si fa l’Italia o si muore”, l’episodio di Teano, con il generale sottomesso a Vittorio Emanuele II, Cavour a Torino ispiratore. Vancini compie un approfondimento controcorrente, compiendo un’accurata ricerca bibliografica (vedi l’inusuale inserimento nei titoli di coda di una ricca bibliografia), e servendosi di testi poco noti. Argomento la sanguinosa repressione compiuta da Bixio ai danni dei contadini siciliani, in rivolta contro i latifondisti. Fatti che la storiografia ufficiale non ha mai trattato. Testo principale Nino Bixio a Bronte, di Benedetto Radice. Racconta Vancini:

“(…)Prima di tutto sono andato a Bronte, dove si trovano interessanti documenti, tra cui un libro, che non c’era neanche nelle biblioteche nazionali. Fu pubblicato agli inizi del Novecento da un avvocato di Bronte a sue spese. (…) dedicato ai fatti del 1860.(…) molto dettagliato, quasi un diario quotidiano di quei giorni con i personaggi che cominciano ad emergere e una narrazione molto rigorosa (…)”

Vancini poi visiona gli atti del processo seguito ai fatti di Bronte, collegandoli ad una novella di Giuseppe Verga, Libertà :

“(…)bisognava andare negli archivi del tribunale di Catania a tirar fuori gli atti giudiziari. Mi riferisco al processo che si celebrò a Catania tre anni dopo i fatti, cioè nel 1863, che culminò con una serie di condanne all’ergastolo.(…)la novella di Verga illustra i fatti di Bronte, raccontando di un processo che si celebra a Catania, al quale Verga, evidentemente, aveva assistito.(…)”

La sceneggiatura la scrivono Vancini stesso, Fabio Carpi, Nicola Badalucco e, caso raro se non unico, Leonardo Sciascia. Il film, coprodotto con la ex-Jugoslavia, fu girato in un paese abbandonato vicino Pola, in Istria. Il film, per il rigore con cui affrontava il problema della Nuova Italia e del Mezzogiorno, suscitò reazioni di intellettuali (tra cui Montanelli) e storici, polemiche sia da destra che da sinistra. Dice Vancini:

“(…)Io ho sempre sostenuto che Bronte, e quello che accadde a Bronte nell’estate del 1860, è emblematico, è il segno di come la Nuova Italia affronterà il problema del Mezzogiorno (…) con metodi semplicemente da conquistatori, quasi da colonialisti (…) l’inganno più atroce fu compiuto nei confronti di Garibaldi, al quale fu fatto credere che che quella di Bronte fosse una rivolta di tipo borbonico (…)”