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UFFICIO STAMPA COMUNE DI BRONTE

 

COMUNICATO STAMPA

 

Firrarello: “Ecco perché i contadini montarono la rivolta”

 

BRONTE - (30 luglio 2010) - I primi giorni di agosto per la Sicilia e per gli appassionati di storia rappresentano l’anniversario dei “Fatti di Bronte” del 1860, quando una sequenza impressionante di odio di classe e di violenza si abbatté sulla cittadina, in coincidenza con lo sbarco dei “Mille”. I contadini di rivoltarono contro i borghesi chiamati “cappeddi” e ne uccisero 16, prima che Bixio soffocasse nel sangue la rivolta, uccidendo simbolicamente degli agitatori presi frettolosamente a caso, dando orecchio agli odi e alle calunnie che in quei giorni ribollivano.

Ma perché a Bronte il popolo fu così violento? Cosa ha distinto la voglia di riscatto dei brontesi rispetto a quello del resto della Sicilia? Quali implicazioni sociali si celavano dietro questo episodio che la storia per molto tempo ha colpevolmente dimenticato?  Lo chiediamo al sindaco di Bronte, sen. Pino Firrarello, che non è di Bronte, visto che è nato a San Cono, ma che vivendo da decenni nella Città del pistacchio, dove si è sposato, ha coltivato un sincero amore verso questa città, ed un grande interesse per la sua storia. 

“I brontesi, - ci dice – legati da sempre al lavoro della terra, accettavano mal volentieri l’usurpazione del loro territorio demaniale a favore dell'Ospedale Maggior di Palermo e soprattutto a favore degli amministratori fraudolenti degli eredi di Orazio Nelson. In quel tempo non è errato dire che esisteva uno opprimente stato di vassallaggio che aveva provocato un animato desiderio di rivincita, nella speranza di poter riacquisire i beni perduti”.

Ma, se sono noti a tutti i motivi che convinsero i Borboni a donare la Ducea Nelson all’ammiraglio inglese, che aveva avuto il merito di sopprimere la rivolta partenopea, perché questa, con tutte le sue terre e le rendite, prima apparteneva all’Ospedale Maggiore di Palermo?

“Fu Papa Innocenzo VIII – risponde – nel 1491 a donarla in feudo ai rettori dell’Ospedale palermitano ai danni dei brontesi. Una donazione che naturalmente provocò la reazione di questo popolo che intraprese una lotta gigantesca, ma ovviamente impari, nel tentativo di riavere i beni ed i diritti persi. Ne venne fuori una lunga contesa giudiziaria lunga quattro secoli che sfiancò la già povera la comunità brontese, costretta a subire le usurpazioni e le ingiuste pretese avanzate dall’Ospedale di Palermo che imponeva le decime e sequestrava di tutto”.

E quando arrivò Nelson la situazione cambiò?

“Assolutamente no. La lite giudiziaria continuò anche contro gli eredi di Nelson, ovvero i Nelson-Bridport. Anzi la voglia di riscatto delle terre si inasprì e con essa le tensioni sociali, fino a sfociare nei fatti del 1860.  Già nel 1820, nel 1848 e nel 1849 si verificarono dei moti rivoluzionari con l’obiettivo di riavere  l’immenso patrimonio terriero della Ducea e soprattutto quei beni demaniali che la ducea aveva con frode annesso ed opporsi ai Nelson, che, da perfetti padroni, soggiogavano le masse dei lavoratori chiudendo le vecchie trazzere verso i campi per imporre, con guardiani armati, i diritti di pedaggio”.

Beh, allora l’arrivo di Garibaldi che  prometteva lo smantellamento dei latifondi e la spartizione delle terre doveva rappresentare il momento del riscatto. Perché non fu così?

“Perché Garibaldi non riservò ai brontesi lo stesso trattamento riservato, per esempio, ai palermitani che ebbero restituito il feudo di Bisaquino, in precedenza donato dal re di Napoli ad un suo favorito; anzi i presunti sobillatori della rivolta furono fucilati, onde evitare di compromettere i rapporti con il governo inglese rappresentato dagli eredi di Nelson. Ricordatevi che a Bronte, caduto il regime Borbonico non solo non furono restituite le terre ai contadini, ma non fu neanche abolita la tassa sul macinato che penalizzava i più poveri”.

E’ vero anche però che a Bronte prima dell’arrivo di Bixio si verificò un orrendo massacro. I rivoltosi uccisero 16 persone, fra quelli definiti "galantuomini" o i “cappelli”. Più che una lotta contro gli usurpatori è sembrata una guerra civile.

“Si – risponde Firrarello – perché quei civili, che godevano degli affitti dei terreni demaniali illegittimamente annessi dalla ducea, agli occhi del popolo erano concretamente il nemico, che privava i contadini di terre che, nel diritto medievale erano destinate loro . Anni di tensione sociale avevano determinato la formazione di due partiti: quello dei “ducali” e quello dei “comunisti”. Fra i ducali c’erano i “cappeddi” che sostenevano la legittimità non solo dei possessi ma anche delle illecite  annessioni di terre dei Nelson, mentre fra i secondi coloro che la denunziavano l’indegna usurpazione. Tenete presente – continua Firrarello - che se tutti i contadini erano uniti da una parte, non tutti i borghesi erano dall'altra. Fra i borghesi moderati più vicini al popolo, per esempio, c’era l’avv. Lombardo che faceva parte del Comitato di liberazione di Bronte, rivendicando le terre comuni”.

Alla fine comunque dalle ceneri della sanguinosa rivolta, soffocata anch’essa nel sangue, il prof. Vincenzo Pappalardo ne “L’identità e la macchia”, fa nascere la nuova coscienza di una Bronte unità.

“Il prof. Pappalardo ha ragione. – conclude Firrarello – Il dibattito sulle radici del massacro che si sviluppò ha condotto i brontesi del tempo a discutere sulle loro fondamenta storiche, sviluppando il comune senso di appartenenza e di convivenza. Il capolavoro cinematografico di Florestano Vancini, le giuste considerazioni di Leonardo Sciascia e permettetemi, anche il Processo a Bixio del 1985, ebbero il merito di dare forza a quell’autocoscienza. Il popolo ha preso atto di quando accaduto, ha accolto la pesante eredita e con coraggio e sacrificio si è rialzato unito, fino a costituire quel prezioso tessuto sociale che fanno della Bronte di oggi la laboriosa cittadina che tutti noi oggi conosciamo ed apprezziamo. Considero il vassallaggio che i brontesi subirono l’ultimo fenomeno buio tipico di un medioevo fatto di usurpazioni e vessazioni da parte dei potenti”.

 

L’Addetto stampa

Gaetano Guidotto