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Sicilia, regione dell’Italia insulare (25.707 kM2, 4.966.400 ab., Palermo), costituita dall'isola omonima del mar Mediterraneo (25.426 krn2) situata quasi a metà strada tra Gibilterra e Suez, di poco disgiunta dalla penisola italica (stretto di Messina, 3 km ca.) e a non molta distanza dalle coste africane della Tunisia (canale di Sicilia, 150 km ca.), nonché dagli arcipelaghi, situati a poca distanza dalle sue coste (Eolie o Lipari, Egadi, Pelagie), oltre che dalle due più lontane isole d’Ustica e di Pantelleria. La posizione della Sicilia, al centro del Mediterraneo, ha contribuito notevolmente al suo sviluppo economico e culturale, dall'antica civiltà greco-romana sino a quella Araba e normanna; poi, con la scoperta del Nuovo Mondo e lo spostamento sull’Atlantico di tanta parte degli interessi politico-economici europei, la Sicilia è rimasta quasi avulsa dal crescente progresso non solo dei paesi dell'Europa ma anche della stessa Italia. Per la sua forma triangolare è stata chiamata dagli antichi Trinacria, vale a dire un triangolo i cui vertici sono al capo Faro (a nord-est), al capo Passero (a sud) e al capo Lilibeo (ad ovest); tre sono anche i mari sui quali si affacciano le sue fronti, che hanno complessivamente uno sviluppo di 1040 km: il mar Tirreno a nord, il mar Ionio ad est e il mar di Sicilia a sud.

Come il resto della penisola italiana, anche la Sicilia ripete in parte le stesse vicende neoioniche la formazione più antica è limitata ai monti Peloritani, nel settore nordoccidentale dell'isola, dove appunto la natura cristallina delle rocce ci riporta all'era paleozoica, quando dal mare emergevano soltanto questi rilievi. Nell'era successiva, la mesozoica, un'alta pila di strati sedimentari si andava cumulando sul fondo del mare adiacente, per poi emergere e costituire l’abbassamento di rocce calcaree, dominante tutta l'isola, ma non ovunque affiorante in superficie. Infatti, nell'era cenozoica vi si depositarono sopra altri strati, formati perlopiù da argille scagliose e da marne, lasciando scoperte soltanto le dorsali allineate a ridosso della costa settentrionale e qualche parte della regione limitrofa. Verso la fine dell'era terziaria, altri depositi vennero ad interessare alcune aree nel distretto di Ragusa e nella regione centrale, in parte asfalterei e in parte salina, ma in maggioranza gessoso-solfiferi, quelli appunto che dovevano poi dar luogo ad un notevole sfruttamento minerario. L'attività vulcanica si manifestava intanto presso la sponda orientale, tra la fine dell'era e l'inizio della quaternaria, assumendo forme imponenti nella gran mole dell'Etna. Ultime a completare il quadro generale, si aggiunsero le piane costiere, e in modo più massiccio quelle che dovevano costituire la vasta fascia pianeggiante dal golfo di Gela al capo Lilibeo.

Alla fine di tante vicende è risultata una morfologia alquanto varia nelle sue linee, con paesaggi che denotano contrasti notevoli tra i litorali del tirreno e lo ionico e quello meridionale, ma soprattutto tra la costa e l'interno. La collina si estende sul 60% dell'area totale, la montagna sul 25%, mentre alla pianura è riservato solo il 15%, pari a poco più di 3500 km. Nella vasta disposizione dei rilievi, l'unico settore in cui si può intravedere un allineamento di monti a catena, è quello settentrionale, a ridosso della costa tirrenica, procedendo dallo stretto di Messina verso ovest s’innalzano, infatti, i monti Peloritani di antiche rocce granitiche metamorfosate simili a quelle del vicino Appennino Calabrese, seguono i monti Nebrodi (o Caronie) e i monti Madonie, entrambi costituiti prevalentemente da calcari e da dolomie mesozoiche. Tutto questo bastione, lungo quasi 180 km, da Messina alla valle del fiume Torto, non ha vette superiori ai 2000 m (pizzo Carbonara, 1979 m, monte Soro, 1847 m) e presenta forme che solo in pochi tratti si fanno aspre e ardite; notevole è piuttosto il contrasto tra le dorsali, a volte terrazzate o lievemente ondulate, e i ripidi pendii intagliati da valli strette, che incombono sul mare e solo nel loro ultimo tratto si aprono in letti ghiaiosi, simili nell'aspetto alle fiumare calabre. A ovest e a sud delle Madonie, il rilievo assume ben altro aspetto: non più un unico allineamento, ma gruppi isolati, come la rocca Busambra (1613 m), il monte Barracu (1420 m), il monte Cammarata (1578 m) e altre cime minori che si tengono sotto i 1000 m; da quest'area insensibilmente si trapassa all'esteso e ondulato altopiano interno sui 300-350 m, regno delle argille mioceniche assai friabili, in un paesaggio arido, spoglio di vegetazione arborea, che preannuncia quello della vicina Africa. Anche le alture dei monti Erei modificano di poco il paesaggio di squallore in quest'area centrale dell'isola. Nella cuspide sudorientale i monti Iblei, di rocce calcaree e in parte di basalti e di rocce eruttive, toccano la massima altitudine nel monte Lauro (986 m), ma nel complesso non mutano la linea generale del quadro in questo settore, arido e fortemente inciso dall'erosione dei corsi d'acqua. Migliore è il paesaggio oltre la piana di Catania, tra il corso del Simeto e quello dell'Alcantara, dominato dall'imponente mole dell'Etna (3323 m), la più alta cima dell'isola, uno dei maggiori vulcani attivi del mondo, con due crateri e più di duecento coni eruttivi. Grandi colate di lava dalle alte bocche scendono sin quasi ai bordi del mare e creano poi, con il loro conseguente disfacimento, il terreno più fertile dell'isola. Al distretto Siciliano appartengono altri due apparati eruttivi: le isole Vulcano e Stromboli, entrambe attive con frequenti emanazioni di lava, bombe e lapilli. Di natura vulcanica sono pure le altre isole delle Lipari e delle Egadi. Le pianure, a eccezione di quelle di Catania e di Gela, ricoprono aree molto limitate e perlopiù ubicate lungo tratti di costa, in corrispondenza di Milazzo, di Termini Imerese, della Conca d'Oro a Palermo, di Castellammare, e per lunga striscia sulla costa dei mar d'Africa. La pianura di Catania, oltre che per ampiezza di superficie, è anche la più ferace e produttiva, costituita da suolo alluvionale, con sedimenti portati al basso dalle acque ruscellanti delle pendici laviche dell'Etna. Gran parte della regione Siciliana è soggetta a notevole sismicità. Si ricorda il disastroso terremoto avvenuto nella regione dei monti Iblei (1693), che causò decine di migliaia di vittime; pure disastrosi quelli di Messina (1908) e dei Belice (gennaio 1968). Forse la zona meno soggetta a scosse sismiche è quella centrale, relativamente più stabile rispetto alla fascia costiera orientale e alla cuspide occidentale.

Le coste presentano lunghi tratti pianeggianti, con lidi bassi e sabbiosi, alternati a tratti rocciosi; questi soprattutto sono notevoli e si prolungano per più chilometri sulla fronte settentrionale, che va dal capo Faro sino al capo San Vito. A rendere tali coste alte e rocciose sono i contrafforti dei rilievi che corrono paralleli e a ridosso dei mare. Cinque sono le insenature maggiori: di Milazzo, di Patti, di Termini Imerese, di Palermo (in corrispondenza della Conca d'Oro) e di Castellammare. Doppiato il capo San Vito e per tutto il litorale del canale di Sicilia sino al più meridionale capo Passero, le coste corrono uniformi e perlopiù basse con alcune formazioni di dune sabbiose, che hanno determinato in certi tratti zone paludose. L'ampio golfo di Gela è l'unica debole rientranza delle coste meridionali. Più vada e movimentata è la fronte sul mar Ionio, dove i capi di Santa Croce e Murro di Porco delimitano i golfi di Augusta e di Siracusa; poi, quasi nel settore di mezzo, si apre l'ampia piana di Catania, con il golfo di Catania a costa bassa e sabbiosa. Il litorale riprende a farsi alto e roccioso in corrispondenza delle colate laviche dell'Etna, alle quali s’innestano, a nord, i rilievi dei monti Peloritani, che qui scendono ripidi al mare.

Le isole più prossime alla costa sono quelle dei gruppo delle Egadi (Marettimo, Levanzo, Favignana), poste di fronte a Trapani. Il gruppo insulare più numeroso è quello delle Eolie (Lipari, Stromboli, Vulcano, Salina, Panarea, Filicudi, Alicudi), al largo dei golfo di Patti, tutte di natura vulcanica, con crateri ancora in attività, come in Stromboli e in Vulcano. Della stessa origine è pure l'isola di Ustica, appartata nel mar Tirreno, 50 km ca. al largo di Palermo. Ancor più fontane dalla costa si trovano nel canale di Sicilia le isole Pelagie (Lampedusa, Linosa, Lampione), buone basi di pesca e località frequentate dai turisti. Anche l'isola di Pantelleria è in questo tratto di mare, nota per le sue vigne (moscato di Pantelleria) e per la pesca.

I fiumi in siciliani hanno tutti brevi corsi, in conseguenza della distribuzione dei rilievi, e per di più assai limitata portata d'acqua, in diretto rapporto alle scarse precipitazioni. Taluni torrenti, specie quelli tributari dei mari Tirreno, non sono molto dissimili dalle fiumare calabre, perché da periodi di piena invernale trapassano a lunghi mesi di completa siccità. Fanno eccezione, lungo il versante settentrionale, i fiumi Torto (50 km), Il San Leonardo, il Freddo, che però sono tutti di breve corso. In tanta povertà d'acqua, il settore meno infelice, dove vanno a confluire i fiumi che scendono sia dai monti Nebrodi sia dagli Erei, è quello della piana di Catania, attraversata dal Simeto (90 km) con l'apporto del Dittaino, del Gomalunga e di altri affluenti minori. A questi è da aggiungere anche l'Alcantara (48 km), che però lambisce le pendici settentrionali dell'Etna. Vanno al mare, sulla costa del canale di Sicilia, fiumi di più lungo corso: quali il Salso o Imera Meridionale (111 km), il Platani (89 km), il Belice (76 km), ma nel complesso assai più poveri d'acqua, perché il loro bacino si trova proprio nell'area più arida dell'isola, dove per più mesi durante l'estate non cade una goccia d'acqua e la temperatura si mantiene sui 30 OC da giugno a settembre. Due soltanto sono i laghi nel quadro idrografico generale, ed entrambi su modestissime aree: l'uno è quello naturale di Pergusa, posto al centro dell'isola, l'altro quello di Guadaiami, nel settore occidentale, dove il Belice forma un notevole bacino artificiale.

Il clima è quello tipico del Mediterraneo, però con notevole divario tra la costa settentrionale e orientale rispetto alle zone interne e al litorale meridionale, aperto alle influenze dei venti caldi (scirocco) africani. Le piogge sono limitate al periodo invernale, con una lieve maggiore consistenza sulla fascia montuosa dei Peloritani, dei Nebrodi e delle Madonie, oltreché sull'Etna, la cui cima nevosa in inverno rende ancora più evidente il contrasto con il paesaggio circostante. Le medie delle precipitazioni annuali vanno da un massimo di 1200-1500 mm a minime di 400 mm, ma su 80% del territorio siciliano la media si mantiene assai bassa, cioè sui 600 mm annui. La temperatura media invernale, se nell'interno può scendere anche a 4-5 °C, lungo tutta la fascia costiera difficilmente scende sotto i 10 . Clima dunque simile a quello subtropicale, specie durante l'estate, quando su tanta area interna si fa sentire un caldo soffocante, con temperature che possono superare anche i 30 °C; il caldo invece è mitigato là dove soffiano le brezze marine.

Mettendo a raffronto le condizioni climatiche con la natura dei terreni argillosi, che si stendono su estesa superficie nell'area centromeridionale dell'isola, ci si rende ragione dello squallore imperante: il suolo secca e si spacca, mancano alberi, e le colture erbacee arrivano a maturazione prima della siccità estiva, è questo il quadro dominante della Sicilia, che potrebbe in parte mutare solo con un'adeguata opera d’irrigazione, almeno dove è possibile creare bacini artificiali. Questa notevole parte di superficie disalberata, di un colore giallo in estate per le stoppie bruciate sui suoli argillosi impermeabili, contrasta nettamente con il più ridente quadro vegetale della fascia periferica, sulla quale riappare la verzura di orti e giardini e la macchia mediterranea ripresenta lecci, palme, lauri, mirti ed altre specie di piante sempreverdi. Povertà di prati e dì pascoli erbosi, oltreché dì aree boschive, ormai limitate alle zone più elevate dei monti nel settore nord-orientale, quello più beneficiato dalle piogge invernali. Tra le piantagioni meglio si sono acclimatate, quelle dell'olivo, della vite, dei mandorlo, degli agrumi, dei melograno e di altri alberi da frutto. Il manto vegetale che doveva un tempo ricoprire, a pineta buona parte della fascia costiera è ormai completamente scomparso, sia a opera dell'uomo, sia ancor più per i nocivi venti carichi di salsedine provenienti dal mare.

La fauna, a eccezione di specie di uccelli migratori e di altre che popolano gli stagni costieri meridionali, è assai povera: qualche coniglio selvatico, rari i rettili e dei tutto scomparso il cervo dai monti Nebrodi, che un tempo doveva popolare i boschi di queste montagne. L'ittiofauna è ancora quella dei mari che bagnano la penisola: sgombri, sarde, alici, molluschi, oltre i tonni e, nelle acque di Messina, il pescespada, oggetto dì particolare caccia.

Fonte: www.telegest.it